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Il nuovo volto della ristorazione. L’occasione data dalla pandemia

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Lavarsi le mani prima di mettersi a tavola. Quella che oggi ci viene imposta come una misura di sicurezza da cui non si può prescindere, era una regola di buon senso che ci trasmettevano già i nostri genitori e i nonni quando eravamo piccoli. La riflessione sul nuovo volto della ristorazione all’indomani della pandemia parte proprio da questa semplice formula “casalinga”, per molti appartenente a un passato lontano e prezioso, un endemico principio su cui abbiamo tante volte costruito il nostro stile di vita, l’approccio agli altri e alle situazioni. Eppure oggi suona e risuona come il dictat necessario affinchè si torni alla tanto agognata “normalità”, quando quella piccola formula dovrebbe già appartenere al nostro quotidiano. Stessa cosa per le distanze, il non ammassarsi soprattutto in una situazione conviviale come un pranzo o una cena, in cui lo stare insieme non deve pregiudicare l’importanza di un momento in cui mangiare fa rima con “dialogare”, ascoltare, confrontarsi, essere lì pienamente consapevoli del tempo che si sta vivendo e delle persone con cui lo si sta trascorrendo. E allora stupisce lo stupore (si perdoni il gioco di parole) con cui le misure anti-contagio, anche per il mondo della ristorazione, siano state accolte da molti addetti (e non) del settore. Forse perchè un po’ siamo abituati a prendere ogni cambiamento con turbamento, forse perchè siamo più abituati all’abitudine, comoda e sempre uguale a se stessa, che a cambiare, cercando di crescere e di prendere e apprendere dalla vita che inevitabilmente scorre, il meglio che ci può offrire, anche nelle situazioni più difficili e complesse. E allora le riflessioni di grandi chef come Davide Oldani e Bruno Barbieri, che hanno sottolineato l’importanza delle regole di buona educazione, del rispetto a tavola e dell’ottimismo con cui bisognerà affrontare questa nuova fase della ripartenza del mondo ristorativo, ci fanno comprendere che il primo pericolo in un contesto come quello attuale arriva proprio dalla nostra rigida e geometrica forma mentis. Senza voler minimizzare i problemi reali di un settore che deve fare comunque i conti con i numeri, l’invito è proprio quello di ripensarsi e riprogettare, puntando non sui numeri ma sulla qualità, sul talento e su quella creatività che da sempre contraddistinguono l’Italia e il popolo italiano e che, negli ultimi 30 anni, ha lasciato il posto alla logica, si consenta il termine d’Oltreoceano, dei numeri e delle statistiche. Soprattutto, l’indomani della pandemia deve sbocciare come un nuovo approccio all’accoglienza, più autentico, imparando a contraddistinguersi anche per quella ricerca della qualità della stessa esperienza gastronomica per gli ospiti/clienti. Un’esperienza che, oltre all’alto livello qualitativo delle materie prime, dei piatti e del servizio, sappia recuperare l’importanza dello stare insieme, anche a livelli “meno stellati”, del gustarsi il tempo, del dedicarsi autenticità, convivialità, intimità, che sono valori “familiari” che la cultura italiana ha in sè da sempre, che appartengono a un passato neanche troppo lontano e che trovano, proprio nello stare a tavola, la loro massima espressione. Il tutto in serenità e sicurezza, due parole d’ordine che ci accompagneranno per molto tempo ancora. Sicuramente, questo storico periodo di chiusura fisica, che ha stravolto i nostri equilibri, costringendoci anche a una essenziale riflessione interiore – cosa alla quale non eravamo certo nè pronti, forse, e nemmeno disposti, ci permetterà, solo se avremo mente e cuore aperti, di mostrare al mondo intero un volto nuovo della ristorazione. Che sia più umana e meno standardizzata, che punti ad un’etica fatta di sentimenti oltre che di numeri, che sia di nicchia nel senso di offrire a tutti un luogo di ristoro e relax vero, che abbandoni il globale per essere più vicina al territorio e alla sua storia, che sia più attenta alla sicurezza di tutti prima di ogni altra cosa, che si faccia portatrice di valori antichi riscoperti in una creatività esplosa proprio nella difficoltà, che arrivi nelle case di tutti senza dimenticare l’importanza dell’incontro e di un abbraccio che, prima o poi, si farà sempre tangibile. E che sia esempio di tutto questo e di tanto altro ancora, un modello made in Italy nel mondo. Pronti a raccogliere la sfida?

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