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Il vermouth piemontese: arriva il riconoscimento dell’Unione Europea

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Non è un liquore, né un amaro. Le sue radici ci riportano alla storia della casa Savoia, e precisamente al 1778. Pare che fosse nell’Ottocento la bevanda preferita del re, tant’è che fu proprio la Casa Reale a promuovere una produzione “industriale” a Pollenzo.
Parliamo del vermouth torinese, il vino aromatizzato all’artemisia, che ha appena ricevuto il riconoscimento dall’Unione Europea, proprio in concomitanza con in concomitanza con la giornata torinese intitolata al festival del vermouth dello scorso 16 novembre.

Già nel 2017, per tutelarne la storia e la ricetta antica, era nata l’unione di 18 produttori storici, l’Istituto del vermouth di Torino. In questa occasione era stato stilato un vero e proprio disciplinare, approvato con decreto del Ministero dell’Agricoltura.

Oggi il vermouth sta vivendo un magico periodo di rilancio, apprezzato anche all’estero e ormai legato alla città di Torino. Il suo nome deriva dal tedesco wermut, cioè assenzio, ed è realizzato con vino italiano almeno al 50% piemontese, storicamente il Moscato, distillato con erba Artemisia, obbligatoriamente di provenienza locale.
La ricetta prevede che vengano aggiunte poi altre erbe e spezie, quali china, rabarbaro, genziana, sambuco, arancia, e che la gradazione alcolica, fissata con Regio Decreto del 1933, era del 15,5%, oggi spinta fino al 16-17% in presenza di bottiglie “superiori”, adatte all’invecchiamento.

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