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Ricette letterarie e suggestioni dal mondo: l’intervista a Chiara Caprettini

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Ci sono sorrisi che, quando li incontri, ti restano nella mente e nell’animo. Perchè profumano di leggerezza e di brezze che arrivano da lontano portando con sé mille storie e ricordi.
Raccontare chi è Chiara Caprettini è davvero difficile: bisogna trascorrere del tempo con lei per rendersi conto non solo di che persona straordinaria sia ma anche di quanta competenza e passione lei infonda nel suo lavoro. Caratteristiche che inevitabilmente ti segnano, dopo averti letteralmente travolto.
Classe 1987, la sua città natale è Torino, dove vive tutt’oggi, ma è il mondo ad averla adottata: lei che sin da piccolissima scrive, perchè come dice sempre “la scrittura mi rende viva e mi entusiasma”.

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Laureata in filologia germanica, affascinata dalla lingua, dalla letteratura e dai paesaggi del nord, nel 2014, dopo essere diventata Sommelier AIS, inizia un percorso nel mondo del food&wine writing, unendo alla passione per la scrittura e del racconto quello per la cucina e la sperimentazione.
Il frutto di tutto questo è nel 2017 il suo primo libro “Nordfoodovestest” (cui ne sono seguiti altri), edito per Cartman, sulla storia dell’ospitalità dai racconti islandesi medievali fino agli home restaurant.
Il nome del libro è anche quello dello spazio web dove sono contenute le sue “ricette letterarie”, un progetto che punta alla valorizzazione delle piccole grandi meraviglie enogastronomiche e che nello stesso tempo vuole condurre, attraverso le storie culturali di piatti noti e meno noti, tutte da condividere. Parla di storie di vino, Chiara Caprettini: gente, popoli, usi, costumi bizzarri, abitudini scontate e dimenticate. Dolci d’autore, primi inventati, secondi mai provati eppure sempre più conosciuti: “Dove possiamo sognare e vivere nello stesso tempo. Ed essere felici”.

Il Nord nei colori dei tuoi capelli, negli occhi, nel cuore… Cosa ti affascina tanto di questa terra?
È una sensazione intima, profonda, a tratti struggente. Quando ho gli occhi lucidi a quel pensiero, capisco che in me sta succedendo qualcosa.
Come se davanti a me si palesassero i laghi specchiati, o le case dai tetti rossi che spuntano dai boschi come funghi, o i colori la sera sul porto di Bergen.
Perché il Nord lo sa di essere Nord: sa di essere potente, invadente ma con poesia, sa che è capace di lasciarti a bocca aperta, sa che ti ha tolto tutte le parole per descriverlo, sa che una volta provato ti mancherà e sarà come se non potessi più farne a meno.
Il Nord, per esempio, mi ha educato ai colori: sapete che d’estate il sole, quando cala, lascia sulle case quelle stesse striature rossastre che ha il salmone Sockeye nel panino al burro? O che il Baltico e le sue increspature ricordano le sfumature grigie, blu e azzurre della pelle dell’aringa?

Sommelier AIS dal 2014. Come è avvenuto il tuo incontro col vino e qual è il vino che più ti rappresenta o ti racconta?
È stato un incontro lento e graduale grazie al quale io sono passata dal mondo dell’insegnamento al mondo del food. Il vino mi ha esercitato ai profumi, alle policromie, agli aromi, ai dettagli. E poi alle persone. Perché il mondo del vino è prima di tutto il mondo delle persone e quando ho deciso di iniziare il percorso dei tre anni da Sommelier, è stata una scelta prima di tutto di curiosità: volevo conoscere ciò che amavo – ma di cui conoscevo davvero poco – e volevo scoprirne di più.
C’è un rosso spagnolo prodotto a Tordesillas, nella Castiglia e León, che è un semplicissimo Tempranillo, ma quando anni fa lo scoprii in quella bodega di famiglia gestita da due giovani ragazze, mi cambiò tanti punti di vista sul vino: quel vino divenne subito un vino speciale. Perché mi venne raccontato, perché subito mi si insegnò a viverlo nel più completo dei modi e dei mondi.
Il Prosecco è per me sempre un vino confortevole; adoro il mondo dei rosé e dei bianchi del Trentino; checché se ne dica, pasteggiare a Champagne è sempre un evento più
unico che raro. E poi, al di là di qualsiasi tipologia, mi piace il vino potente: che bevi e ti dici “Questo è un vulcano di territorio, di energia, e ha un’anima che accarezza la tua e in qualche modo ti modifica…”. Il vino in fondo è una cosa semplice. Mi emoziona il Porto e adoro il Vermouth, collegati entrambi alla ritualità del bere con qualcuno in un preciso momento di vita. Se togli il vino dal rito, lo togli del suo significato più profondo.

Cucina letteraria… Parlaci un po’ di questo progetto.
Non c’ė autore, letterato, poeta o artista che non si sia occupato direttamente, nelle sue opere, di cibo, o citandone esplicitamente la presenza nella trama del suo racconto o descrivendoli nei versi della sua poesia o nei soggetti della sua pittura, o alludendone attraverso i ricordi, i sapori o i colori. Partendo da questo presupposto, penso che ogni cibo porti con sé anche questo potenziale estetico che nei grandi maestri o scrittori riesce meravigliosamente a emergere. Per questo motivo, ogni mio piatto è legato a una personalità letteraria o artistica o allude alla tradizione della sua terra, a una qualche esperienza che ha intrecciato la sua vita a una suggestione precisa. Come in uno dei miei articoli, dove ho citato Frédéric Mistral descrivendo il piatto dell’Escalivade, i cui colori accesi, chiassosi, squillanti ricordano quelli delle tavolozze di Provenza, la terra di questo grande autore.

Il Piemonte è la tua terra di origine ma il mondo è sempre in tasca. Com’è vivere senza confini?
Per me cucina, cultura e viaggi rappresentano una triade inscindibile. Non esiste vacanza che per me non si tramuti in occasione di incontri, interviste, reportage. E lo stesso quando sono ferma a Torino, nella mia città: viaggio immergendomi nella cucina di altre culture, preparando per il blog piatti che permettano prima di tutto a me stessa di approfondire la conoscenza di quei luoghi. Parliamo del Giappone, che vorrei visitare il prima possibile. Per ora lo sto conoscendo attraverso libri e le abitudini culinarie e
antropologiche. E mi sta appassionando moltissimo.

Cos’è per te la vera ospitalità?
Con scherno e derisione non ricevere mai né ospite né viandante! recita “La Canzone dell’Eccelso” contenuta nella raccolta medievale in islandese antico, conosciuta col nome di “Canzoniere eddico”. Ecco, questi per me i significati più profondi di ospitalità: rispetto e condivisione. Penso che sia principalmente una predisposizione dell’animo: essere ospitali e accoglienti prima di tutto verso se stessi, esercitarsi al bene e all’incontro con l’altro. “Gli altri sono lo specchio dentro cui ci vediamo riflessi” ci scriveva Kapuściński: niente di più vero. Essere ospitali significa accogliere l’altro, ed è un’arte che va coltivata
tutti i giorni. E poi l’ospitalità ci insegna la grazia e ci ricorda di dire grazie, che di questi tempi non fa mai male…

Un libro che porteresti sempre con te e per quale motivo.
Ne ho più di uno e sono i miei compagni di vita: i “Promessi Sposi mi ricordano la forza dei sentimenti e la potenza della natura; “Il ritratto di Dorian Gray” mi stimola sempre
all’esercizio di un certo senso estetico e contemplativo; “I Malavoglia” sono per me una palestra di verità e descrizione, e l’”Inferno” di Dante l’apoteosi dell’emozione letteraria. E
poi tutta la narrativa nordica: Selma Lagerlöf, Tove Jansson, Mikael Niemi e Björn Larsson in primis.

Scrivere di cibo: cosa significa davvero e da dove si deve cominciare?
Per me è sopra ogni altra cosa un discorso di onestà e coerenza. Parlare e scrivere di cibo significa essere consapevoli di ciò che stiamo trattando: viviamo purtroppo ancora in un mondo dove per mancanza di cibo si muore e si soffre. Per me questo è un punto di partenza fondamentale: il cibo è materia sacra, dopodiché possiamo innestare tutti i nostri discorsi, sul food design, sulla food photography per esempio, sul wine writing.
Si deve cominciare da una passione e da un disegno ben definito nella propria testa: di che cosa vuoi parlare? Perché e a chi ti vuoi rivolgere? Ma bisogna essere umili: nel nostro
settore dobbiamo essere massimi esperti ma non possiamo essere onnipotenti. Si impara sempre, soprattutto in questo campo.

Poesia e cibo… Ti va di fare qualche abbinamento?
Ho una sezione del blog che si chiama Literary Kitchen, dove libri antichi e moderni diventano l’occasione per parlare di cucina a tavola. La cucina è un luogo di cultura e allora via libera alle Penne di riso alla cacciatora ispirate a Pellegrino Artusi; ai Tagliolini con porri, Parmigiano e crudo dedicati a Boccaccio; al Cocktail al mirto ispirato alla Pioggia nel Pineto di D’Annunzio o alla Carbonara di mare per Hans Christian Andersen. Ma anche al Biancomangiare per il Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini o al Pane con crema di lupini dedicato proprio ai Malavoglia.

Hai scritto diversi libri. Qual è quello a cui sei più legata?
Il primo amore non si scorda mai, e “Gira il tempo al contrario” oltre ad essere stato il mio primo libro, è anche stato il mio primo e per ora unico romanzo. Ci sono affezionata perché racconta di un innamoramento per una terra splendida che è il Portogallo; e poi è il libro che mi sono concessa di scrivere per dare spazio al mio bisogno di raccontare i sentimenti. In questo libro ce ne sono tanti, affrontati sotto diverse sfumature: la malattia, l’amore fraterno, l’amore di coppia, la nostalgia, la musica. È un libro nato per l’urgenza di raccontare qualcosa, anzi tante cose…

Oggi la cucina è sotto i riflettori ed è alla portata di tutti: programmi tv, libri, eventi ecc… cosa ha guadagnato, secondo te, e cosa ha perso? Soprattutto la comunicazione che approccio dovrebbe avere nei confronti della cultura gastronomica?
A proposito di attorialità del cibo, Philip Kotlet parlava, negli ultimi decenni del ‘900, di Alta visibilità. Intendeva dire che nella comunicazione di marketing il successo deriverebbe da quanto il prodotto -nel nostro caso il cibo- sa “entrare in scena”; ed Edgard Morin, nel suo saggio Le Star, dimostrava quanto per ottenere attenzione, il prodotto debba “vestirsi”, proprio come un attore con abiti di scena, entrare da protagonista sotto i riflettori. Non sono altro che le collaudate tecniche (o meglio, figure) della retorica classica (come l’enfasi, l’epifomema, l’auctoritas, la captatio benevolentiae…) che spingono il prodotto e lo vestono da protagonista sotto i riflettori della mise en scene. Tutto ciò ha dei pro e dei contro. Parlando di cibo, produce dei benefici se sta nei limiti della credibilità, della seduzione controllata. Ma ha effetti negativi se va oltre i limiti, se l’esagerato exhibit fa debordare il cibo in un’apparenza che crea desideri fasulli. Secondo me una buona comunicazione gastronomica deve innanzitutto considerare il cibo nei due aspetti fondamentali: quello culturale (poiché non esiste cibo che non abbia una tradizione e uno spessore culturale) e quello estetico (poiché una buona comunicazione deve poter valorizzare il tratto prezioso e bello, che ogni cibo ha come prodotto di natura). Sull’intreccio di questi due aspetti, nel mio blog ho inteso e
intendo in futuro, mettere in luce, sempre, il lato poetico del cibo.

La fotografia è un altro strumento di racconto per te. Com’è nata questa passione e dove ti ha portato?
Per me la fotografia è nata a supporto del mio racconto scritto. Ad un certo punto avevo bisogno che i miei piatti e i miei reportage venissero supportati da ciò che io avevo visto e
quindi desiderato far vedere. Fotografare cibo, e la fotografia in generale, rappresenta per me la possibilità che mi offro e che spero di offrire di rendere reale una percezione, e quindi come una poesia permettere di avere tante interpretazioni. Non amo i filtri: se io nella fotografia non ritrovo ciò che avevo visto e vissuto, per me quell’immagine ha poco senso.

Nordfoodovestest: un blog, un contenitore, ma soprattutto…
Un progetto nato da una passione, che continua nella passione, nel lavoro e nella cura quotidiani, e soprattutto nella trasparenza. Le persone hanno fiducia in ciò che leggono, si interessano dei piccoli produttori di cui parlo, mi chiedono consiglio: per questo il blog offre spazio solo a realtà che io conosco nel dettaglio e che stimo umanamente e professionalmente. Sogno di avere un giorno una mia trasmissione televisiva dove
dare spazio agli artigiani, alle donne del vino, ai casari, agli osti di una volta e ai nuovi ristoranti gourmet di livello. Sogno un luogo dove fare dell’incontro una palestra di conoscenza del territorio e dell’altissima qualità, nazionale e non.

Una ricetta letteraria…
Questa è la ricetta dell’Escalivade di Mistral. Frédéric Mistral (1830 –1914) è stato
uno scrittore e poeta francese di lingua occitana, premio Nobel per la letteratura nel 1904. La sua opera più amata e diffusa fu Mirèio (“Mirella”), pubblicato nel 1859, poema ambientato nella regione della Provenza.
È la storia di un amore contrastato, sulle orme dei drammi shakespeariani. Dopo una complessa trama, Mirella, mentre sta attraversando a piedi il deserto della Crau, stremata dal caldo afoso e dal sole accecante, è vittima di miraggi e sviene più volte, ma spinta dal desiderio di rivedere il suo amato Vincent, fa un ultimo sforzo, si rialza e prosegue la sua marcia disperata per tentare di raggiungerlo davanti alla chiesa delle Saintes-Maries-de-la-Mer, dove muore tra le sue braccia, chiamata in cielo da una voce celeste. Dramma intenso, intriso di grande poesia, articolato sulle note di una storia dolente quanto esasperata, in un farsi narrativo avvolgente, struggente, che conduce senza fiato fino alla fine. Ho pensato quindi a un piatto tipico provenzale, l’Escalivade, la cui tradizione si estende fino alla Catalogna, per questo grande personaggio della letteratura pensando di suggellare tutta l’intensità e la tipicità propri della terra provenzale, dei suoi paesaggi arsi dal sole e battuti dal suo vento secco e caldo, il Maestrale o Mistral dall’antico provenzale maestral, omonimo del grande grande scrittore.
L’Escalivade, per i suoi colori accesi, squillanti, chiassosi, solari, ricorda infatti quelli dei paesaggi del sud della Francia, mentre il suo sapore di acciuga e aglio bene sa collegare la
vicinanza del mare al cuore della Provenza.

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Escalivade

Per l’escalivade: 4 peperoni lunghi (2 rossi 2 gialli); 4 spicchi d’aglio; 30 ml di extravergine, 2 cucchiaini di miele millefiori; 2 cucchiaini di crema di aceto balsamico; 1 confezione di alici in salsa piccante (125 g); qualche foglia di menta.
Per il pane: 4 fette di pane (circa 200 g); 2 cucchiai di extravergine; 1 spicchio d’aglio
• Lavate i peperoni, disponeteli su una teglia rivestita di carta forno, spruzzateli con extravergine e un pizzico di pepe. Infornateli a 200° per 35 minuti. Trasferiteli in un
sacchetto di plastica per alimenti per circa 30 minuti, questo vi permetterà di pelarli facilmente.
• Pelate i peperoni, puliteli e tagliateli in quattro per il senso della lunghezza. Trasferiteli in un recipiente. In una tazzina mescolate extravergine, sale, pepe, miele, le erbe di Provenza e l’aglio tagliato finemente. Mescolate bene e versate la marinata sui peperoni. Girate bene i peperoni, copriteli con pellicola trasparente e fateli riposare in frigorifero per un paio di ore.
• Preparate il pane: disponete le fette su una teglia, sfregate la superficie con aglio, spruzzatele con l’extravergine, finite con un pizzico di sale e pepe. Tagliate ogni fetta a metà: infornate il tutto a 180° per 15 minuti (finché non diventano dorate).
• Servite l’escalivade con le alici piccanti, le fette di pane tiepido e qualche foglia di menta.

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