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L’eroe del Vin del la Neu. L’incontro con Nicola Biasi, miglior giovane enologo d’Italia.

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Nella mitologia greca la parola “eroe” riportava ad un essere semidivino, un termine che ha nella sua stessa radice il “succo” di quello di cui parleremo in questo articolo. Al di là dei giochi di parole, eroico è tutto ciò a cui si possono attribuire gesta prodigiose, eccezionali virtù di coraggio e abnegazione ed è proprio l’eroismo il protagonista di questo pezzo. Quello di un vino e del suo ideatore.
Lui si chiama Nicola Biasi, 39 anni ed è uno dei più giovani e capaci enologi d’Italia. Originario di Cormons, in Friuli, e con un passaporto anche australiano (la sua famiglia è rientrata più di 60 anni fa dal Nuovo Mondo), Nicola porta nel cuore lo spirito libero e tenace delle Dolomiti, in quel Trentino che è stata da sempre la casa dei suoi nonni e il suo rifugio e scuola di vita in estate. Una terra straordinaria e “impertinente”, che non ha mezze misure, una terra che ti guarda dall’alto per ricordarti, con le sue montagne, che se vuoi volare davvero devi imparare a familiarizzare col cielo.
Una terra “ostile”, soprattutto per addomesticare la vite, così come pensavano tutti, fino a qualche anno fa, sbagliando. Perchè per fare cose grandi bisogna pensare in grande, soprattutto bisogna non aver paura di credere che si può essere più forti e ostinati dei propri sogni, e inseguirli con misurato entusiasmo, minuzioso studio, un pizzico di incoscienza e tanto amore e rispetto per la propria terra.
Ed è quello che ha fatto Nicola Biasi, lui che è praticamente cresciuto col profumo del mosto che fermentava nei tini e che, dopo aver completato gli studi come enologo, ha cominciato a collezionare importanti esperienze in cantine di altissimo profilo. Cominciando con Jermann, Zuani della famiglia Felluga, poi Mazzei, Allegrini dove ha ricoperto il ruolo di capo enologo e amministratore delegato di San Polo, due periodi all’estero nell’australiana VictorianAlps di Gapsted e in Sud Africa da Bouchard Fialayson, e tante altre, fino a diventare, ancora giovanissimo, uno tra i migliori winemaker della sua generazione, vincitore, nel 2015 del premio Next in Wine dei Preparatori d’Uva Simonit&Sirch in collaborazione con Bibenda, un riconoscimento che viene assegnato ai giovani talenti della Vigna Italia che hanno dimostrato di aver svolto il proprio lavoro con sensibilità, innovazione e rispetto dell’ambiente.
Merito della sua sete di conoscenza e studio, della sua voglia di superarsi sempre, apprendendo dai più grandi del settore, come Lanati, Antonini, Ferrini, Terzer, Cotarella, l’eccellenza della professionalità enologica in Italia.
Il “gran salto” nella carriera di Biasi arriva però a fine 2015, quando ancora 34enne decide di lasciare il suo lavoro da dipendente per iniziare un’esperienza come enologo consulente tra Toscana, Lazio, Veneto, Friuli. Trentino e Georgia, diventando nel frattempo coordinatore del Wine Research Team che, sotto la direzione di Cotarella e Scienza, coinvolge 40 cantine italiane e straniere, con sperimentazioni e innovazioni come la produzione di vini senza solfiti aggiunti.
È in questi anni che si inizia a concretizzare il sogno maturato anni fa, quello di portare il vino ad alta quota, lì dove nessuno avrebbe mai immaginato. Un sogno che gli è valso anche diversi tentativi di dissuasione da parte di quanti pensavano che quella fosse solo la follia di un giovane troppo entusiasta dei suoi anni e troppo poco esperto a navigare in un mare dalle acque profondissime. E invece, Nicola Biasi è rimasto col suo obiettivo sempre davanti, pronto a navigarle quelle acque, cercando la rotta migliore che lo portasse alla meta. Una metafora marinaresca per raccontare una storia di montagna: qui, infatti, nel cuore delle Dolomiti, a più di 800 metri di altezza, Nicola Biasi, riprendendo un sogno che era già di suo nonno, ha portato la vite. In una zona dedicata quasi esclusivamente alla coltivazione della mela Golden Delicius, lui ha ripreso quello che in passato era stato rifugio ideale per la vite e ha creato il Vin de la Neu.

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Una varietà bianca chiamata Johanniter quasi sconosciuta in Italia, costituita nel 1968 da Johannes Zimmerman presso l’Istituto Statale di viticoltura di Friburgo, in Germania: un incrocio ottenuto da padre derivante da Riesling e Seyve Villard 12481 e madre da Pinot Grigio e Chasselas.
Una rarità che solo recentemente è stata autorizzata alla coltivazione, con grappoli di dimensioni medio-grandi e compatti, molto simili al Riesling ma più allungato e acini di colore giallo dorato con sfumature verdognole dal sapore molto fruttato, con spiccate note di agrumi. Una resistenza all’Oidio e alla Peronospora che già ci raccontano il carattere eroico di questo vino, chiamato “Vin de la Neu” che nel dialetto locale significa “Vino della neve”, proprio perché una grande nevicata ha battezzato la prima vendemmia.
Quando quella mattina ci siamo svegliati per andare a vendemmiare – racconta Nicola Biasi – ci siamo trovati di fronte a una spessa coltre di neve, quasi inattesa per quel periodo dell’anno. Abbiamo deciso di vendemmiare comunque e ho voluto o meglio dovuto chiamare il mio vino Vin de la neu”.

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Un vino che, come racconta lo stesso enologo, “nasce in una zona in cui la salubrità dell’aria rende non solo più concreta la fattibilità di un progetto sperimentale con le nuove varietà resistenti, ma crea nuove opportunità di praticare una viticoltura ed enologia veramente “sostenibili”, che in nessun modo turbino l’equilibrio dell’ecosistema in cui il vigneto è inserito. Lo studio delle varietà resistenti è senz’altro un importante passo avanti della viticoltura moderna: le caratteristiche agronomiche di queste tipologie sono ormai ampiamente riconosciute e segnano un passo promettente verso un maggiore rispetto dell’ambiente”.
E prosegue: “Oggi non è più sufficiente fare vino di qualità. Il mercato è fortunatamente sempre più sensibile al tema dell’inquinamento e all’approccio che il produttore ha nei confronti del territorio. Queste nuove spinte contribuiranno a limitare la pressione degli interessi commerciali che ad oggi parzialmente frenano la concretizzazione di un approccio realmente sostenibile. Il dovere dell’enologo è sì produrre vini di qualità, ma anche fedeli al carattere e rispettosi del territorio da cui provengono. Questa è l’unica strada che permetterà di esaltare la straordinaria diversità di terroir che il nostro Paese ci offre”.
E raccontiamolo questo Vin de la Neu: un vino limpido, brillante, di colore giallo limone con riflessi tendenti al verde, che al naso sprigiona una elegante intensità di profumi di agrumi, con note erbacee di fieno tagliato e fiori bianchi. E al palato si presenta secco, caratterizzato da un’elevata acidità che garantisce dinamicità e facilità di beva rendendolo snello e vibrante allo stesso tempo, sapido e con un finale decisamente minerale.
Il Vin de la Neu rappresenta un sogno – spiega Biasi – il sogno di portare la viticoltura in alta quota, in una zona da tutti considerata non favorevole alla viticoltura: la Val di Non. Qui, nel paesino di Coredo, ho passato le mie estati e le vacanze di tutti i Natali. Questa è la casa che i miei nonni, rientrati dall’immigrazione in Australia, hanno costruito con grandi sforzi. Volevo dare un valore a tutto questo. La sfida è stata anche piantare un vitigno nuovo per l’Italia: Johanniter. Un vitigno naturalmente resistente alle malattie che mi permette di fare veramente una viticoltura sostenibile. Non potevo inquinare il giardino di casa… E poi… dimostrare che anche in Italia si possono fare vini di grande longevità. Non fraintedetemi ce ne sono. Ma non abbastanza. E volevo far vedere che anche nelle zone non storiche si poteva fare molto bene. Con una viticoltura di qualità, un enologia di precisione e tanta voglia di arrivare”.
Per il suo Vin de la Neu e per i grandi risultati ottenuti nelle aziende dove lavora come consulente, Nicola Biasi riceverà a ottobre il premio come “Miglior giovane Enologo d’Italia”, durante l’importante manifestazione Vinoway Wine Selection, che premia i migliori Vini italiani. Un riconoscimento che rappresenta per Nicola Biasi un successo ma non un traguardo, uno stimolo a rimboccarsi le maniche e a fare sempre meglio.
Perchè il destino di un eroe non sta nella vittoria appena conquistata ma nella nuova impresa che sta per compiere.

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