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“Lunchbox”, l’amore a Mumbai

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Il gustoso film epistolare di Ritesh Batra.

Le metropoli, si sa, sono sempre così caotiche e stressanti da non lasciare spazio ai sentimenti. E si finisce, in una grande metropoli come Mumbai in India, tra i rumori di una città che va sempre di corsa e non dorme mai, di perdere quel sottilissimo filo di umanità che lega le persone e di lasciarsi travolgere e plasmare da un pericoloso cinismo.
È quello che accade in Lunchbox, il film “low budget” di Ritesh Batra del 2013, prodotto dall’attore protagonista Irrfan Khan, con una sceneggiatura completata al TorinoFilmLab e vincitore del Critics Week Viewers Choice Award al Festival di Cannes di quell’anno.
Siamo a Mumbai o Bombay che, insieme alle due aree metropolitane di Navi Mumbai e Thane, con i suoi complessivi 21 milioni di abitanti, rappresenta l’area più popolosa del
pianeta. Gli abitanti di questa megalopoli si accalcano stipati negli uffici e nei quartieri disegnati dai grattacieli, simbolo di uno sviluppo incontrollato e troppo veloce per fermarsi a riflettere sui rapporti.
Ogni mattina, un’efficiente rete di fattorini consegna sui luoghi di lavoro i cestini da pranzo preparati dalle mogli dei lavoratori.
Tra questi, anche la casalinga Ila Singh, abitante in un quartiere borghese indù, che si prodiga ogni giorno nella preparazione di succulenti e complessi pranzi per cercare
di recuperare il suo matrimonio in crisi, con un marito che nemmeno si accorge di lei.

Il caso vuole che, per via di una consegna sbagliata, la donna venga presto a contatto con Saajan Thomas, un uomo solitario che vive in un vecchio quartiere cristiano, ingrigito
dalla morte di sua moglie.
Tra i due inizia una singolare e romantica corrispondenza epistolare, custodita nei tipici dabbawala o dabbawalla, contenitori solitamente di acciaio per il cibo da asporto, composto da più scodelle messe una sull’altra e tenute insieme da un gancio metallico.
L’errore diventa fatale e il cibo, conservato in un lunchbox, diventa il veicolo più leggero e piacevole per nutrire i buoni sentimenti.

La corrispondenza tra i due protagonisti prosegue, fino a far comprendere a Saajan di riprendere a cercare dentro di sé una nuova forza vitale e di aprirsi all’amore, e a Ila, che forse è il momento anche per lei di cambiare qualcosa.

Lungi dall’essere una commedia zuccherosa e smielata, il film è un modo per riflettere sui rapporti umani e su come spesso lo sviluppo economico, che obbedisce ad altre leggi, sminuisca e abrutisca le persone. Il racconto profumato e delicato di Ritesh Batra è un monito alla densità di una società cui fa da contraltare una vuotezza d’animo, presto riscattata da questa storia semplice che fa germogliare e rivivere l’amore per l’altro, cui è inevitabilmente legato il profondo significato di sé stessi.

I pranzi preparati da Ila, che all’inizio sono ricchi di profumi e spezie e complicati nell’esecuzione, man mano che il suo sentimento cresce, si trasformano in piatti semplici e ugualmente gustosi, a dimostrare come spesso si ha l’urgenza di tornare all’essenza delle cose e di come la vita trovi la sua ragione nelle cose semplici, nei sentimenti autentici.
Un film che si fonda sulla comunicazione, che avviene attraverso le parole di piccoli “messaggi nella bottiglia”, ma soprattutto attraverso i sapori e i profumi di ricette che nascondono dedizione e attenzione all’altro, il tutto in una dimensione visiva potente e ragionata che urla il nostro bisogno di romanticismo.

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