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Turismo gastronomico: il cibo, una storia da condividere

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a cura di Mafalda D’Onofrio

“Per conoscere le altre culture è necessaria un’esperienza di degustazione dei cibi e dei vini tipici di quel territorio. Si tratta dell’obiettivo primario che il turista si pone, ovvero di esplorare e degustare cibi e bevande per poter vivere un esperienza culinaria unica e specifica di una destinazione”. Lo sosteneva Lucy Long, Fondatrice e direttrice del Center for Food and Culture, negli anni 90, e da allora il turismo enogastronomico si è evoluto in turismo esperienziale: viaggiare alla ricerca di sapori e di tradizioni autentiche, unendo al piacere della conoscenza di nuovi luoghi quello della scoperta dei sapori e dei prodotti tradizionali locali.

Negli ultimi dieci anni, in un’incessante cavalcata di prodotti e territori, la comunicazione del settore food ha suggellato il suo stretto (e a volte inconsapevole) legame con il turismo, utilizzando campagne pubblicitarie che giustificano l’unicità qualitativa e organolettica di un prodotto con il radicamento al suo luogo d’origine. E quindi invitando direttamente o implicitamente il consumatore-degustatore a trasformarsi in viaggiatore virtuale o reale nei terroir di produzione. La formula con cui i tre fili conduttori si intrecciano – turismo, enogastronomia e ambiente – è però fluida, in continua trasformazione: non esistono più profili stabili di viaggiatori sulla base di caratteristiche socio-psicografiche definite, si delinea una richiesta sempre più diffusa di vacanze flessibili e personalizzate da parte di consumatori esigenti, esperti e consapevoli, che non
vogliono solo “visitare” un luogo, ma vogliono viverlo, che partecipano ad attività ed eventi, visitano mercati agricoli locali, percorrono itinerari tematici, degustano piatti tipici.

La fluidità incide anche sull’organizzazione del viaggio e l’offerta dev’essere capace di
attrezzarsi per soddisfare richieste sempre più puntuali, considerando che tutte le destinazioni italiane hanno qualcosa da offrire in tal senso. Da tempo è sempre più facile trovare on line operatori che offrono proposte food per arricchire l’esperienza vacanziera: da TripAdvisor a GetYourGide, da Gourmetaly Food Tours, a Foodyexperience, da Secretfoodtours a Urban Adventure (ma la lista è lunghissima), si organizzano tour tematici anche di un solo giorno, coinvolgendo produttori e ristoratori locali, creando “percorsi” nuovi, fuori dai consueti tour turistici, puntando sull’affermazione di quell’insieme di elementi quotidiani che costituiscono l’anima e l’identità di un luogo e di qualsiasi esperienza di vita (turistica) in quel luogo, e che agiscono sulla percezione dell’ospite, sulla piacevolezza del soggiorno, sull’appartenenza (quasi la “cittadinanza”) a quella località e, con il passare del tempo, sulla sua memoria. Dalla vendemmia in Toscana, alla raccolta delle olive in Liguria, a cooking class di cucina tipica anche con grandi chef, all’accesso alle produzioni più artigianali, all’immersione nella vita rurale partecipando ad attività di coltivazione, allevamento e trasformazione di prodotti: se di eventi si parla, questi sono assorbiti e assimilati dal luogo che li ospita, dai suoi paesaggi, dai valori propri di un sistema territoriale che sia in grado di far affezionare a sé, che susciti desiderio e piacere di partecipare e condividere.
Seppur attraverso l’esperienza specifica in un ristorante o in un hotel, il turista finisce per
percepire l’interezza del luogo-destinazione che lo ha accolto. Oggi non si tratta più esclusivamente di cibo, ma di un contesto percettivo che deve essere considerato a tutto tondo, a partire dal come, ma anche dal dove, dal chi e dal quando. L’esperienza di un luogo diventa l’antidoto contro l’uniformità e la banalizzazione del viaggio.

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