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Let’s talk about food: il cibo diventa fenomeno mediatico

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 a cura di Mafalda D’Onofrio

La comunicazione del cibo è ormai nelle mani di tutti. Non solo professionisti, giornalisti, critici enogastronomici o chef, i social media e il web traboccano di ricette spiegate da esperti del settore ma anche da una serie infinita di gastro-reporters (o foodies), food-photographers, trend-setters e influencers. A giudicare dalla quantità di programmi televisivi, di pubblicazioni editoriali e blog, sembrerebbe che il cibo sia uno degli argomenti preferiti dell’ Uomo del Terzo Millennio.
Non si tratta di un fenomeno recente: i programmi tv a tema culinario esistono da sempre nei palinsesti italiani ma negli ultimi dieci anni sono diventati puro entertainment di massa. La spettacolarizzazione del cibo ha reso inevitabile che fiorissero figure collaterali agli chef superstar. Il primo weblog a tema culinario nasce nel 1997, è l’americano Chowhound di Jeff Lim e Bob Okumura. Nel 1999 David Lebovitz apre il primo spazio web dove inserisce le sue ricette dopo una vita da panificatore e pasticcere e arriva nel
2002 Gastropoda di Regina Schrambling.

In Italia, il turning point è il 2005, quando nascono uno dopo l’altro Il Forno di Alberto Chinalli, Papero Giallo di Stefano Bonilli, Cavoletto di Bruxelles di Sigrid Verbert, Il Gastronomo Riluttante di Muccapazza e Peperosso di Massimo Bernardi.
L’anno dopo arriva GialloZafferano di Sonia Peronaci, il grande ricettario online che ha avuto nelle ricette-video la sua carta vincente. L’integrazione del web in tutti i canali comunicativi ha facilitato la pandemia: le radio dedicano ampie sezioni delle loro trasmissioni al cibo, alle ricette, alle novità culinarie, le case editrici aprono collane dedicate al food-storytelling, il cibo è ovunque e si è moltiplicato nella stessa misura in cui si sono moltiplicati corsi di cucina, pubblicazioni cartacee, corsi di scrittura sul cibo e di foodmarketing e corsi di critica enogastronomica.

Il risultato di questo fenomeno è che, se un tempo la conoscenza culinaria era diffusa principalmente da ristoranti ed editoria specializzata, oggi si ha una conoscenza socializzata: sono aumentate le ricerche che hanno per oggetto la preparazione di ricette e sempre più spesso si cercano sul web informazioni sui prodotti alimentari e si condividono opinioni sui siti e sui propri profili social. Nell’oceano di foto, parole e racconti del food, è indispensabile specializzarsi in qualcosa per essere visibili, e quindi fioccano blog vegani, dedicati a persone con intolleranze, piatti di solo pesce o sola carne. Dalla colazione alla cena, dalla celiachia alla tendenza veg, il cibo sembra aver bisogno di essere impiattato, fotografato, condiviso, chiacchierato, anche in modi alternativi, sulla scia di Taste of Runway, blog nel quale le ultime tendenze delle collezioni di moda dei designer sono accostate a spunti creativi da utilizzare in cucina.
In ogni caso, esistono professionisti del settore che hanno deciso di mettere a frutto anni di gavetta e studi appositi grazie ai new media, così come esistono semplici appassionati
che hanno fatto del loro spazio personale una vera miniera d’oro. Miracoli d’internet. Il food writer è diventato trasversale e non discriminante ed è un’autentica attività narrativa, se svolta con un lavoro minuzioso e attenzione al dettaglio. Ci sono i gastro-reporter (o foodies) che di norma non cucinano, piuttosto investigano su tutti gli aspetti del cibo, presenziano a eventi e rassegne e stilano report di menu di ristoranti, meglio se di alta fascia. Ci sono i blog di ricette sulla scia del successo di Chiara Maci e Sonia Peronaci, cucina casalinga e tradizionale facilmente replicabile accompagnata da un linguaggio essenziale (con un occhio di riguardo alla SEO). Infine gli influencer, in bilico tra blogging, giornalismo e marketing, con un folto seguito sui social, corteggiati da sponsor e ristoratori che li trasformano in veri e propri endorser per il proprio brand in cambio di esposizione mediatica.
Il cibo, il più grande aggregatore della storia dell’umanità, incarnazione di cultura ed espressione di comunità, diventa materia narrativa che va oltre la descrizione di un atto
fisiologico da soddisfare, ma si arricchisce di elementi sociologici, sviscera cosa c’è dietro un piatto, la storia del suo creatore, storie di individui. Come scrive Martin Caparros
su Internazionale “il cibo non si mangia ma si vede, si chiacchiera, si ascolta, si legge“.

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