Blueberry Studio, viaggio nella food photography di Bellesia e Innocenti

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Francesco Bellesia e Nicoletta Innocenti, due nomi che si sintetizzano in uno: Blueberry Studio. Parliamo di uno degli studi di Food Photography più accattivanti di Milano, dove arte, comunicazione e creatività sono gli ingredienti per dei “piatti”, o meglio scatti, davvero appetitosi.

Nato nel 1996, Blueberry Studio fa del cibo il filo conduttore di una ricerca fotografica che diventa uno stile distintivo. Conoscenza delle tecniche e sperimentazione sono le caratteristiche di un approccio al lavoro fotografico che è il frutto di un’esplorazione continua, di un costante mettersi in gioco.

Francesco Bellesia è da sempre impegnato nella fotografia di food (packaging e campagne pubblicitarie) per aziende nel mondo dell’alimentazione con divagazioni nello still life. Nicoletta Innocenti è attiva nella realizzazioni di libri monotematici e sul profilo di importanti chef editi da Bibliotheca Culinaria, Gribaudo, Feltrinelli, Touring Club Italiano. Due “ispirazioni diverse” che presto si incontrano nella realizzazione della Guida Gallo che li porta a girovagare per l’Italia a fotografare risotti in importanti ristoranti, completando i servizi con ritratti ai vari chef e con inquadrature degli ambienti.
Da quel momento, le loro competenze si uniscono per proporre un ventaglio completo di proposte relative al mondo dell’alimentazione e della ristorazione, pur continuando a coltivare separatamente la loro visione personale sull’argomento, con la partecipazione a mostre e concorsi che hanno dato loro importanti riconoscimenti. Francesco Bellesia è conosciuto per il suo modo di trattare l’immagine, che non può prescindere da una sintesi visiva dove con chiarezza possa emergere un messaggio spesso ironico, che affronta tematiche anche riconducibili alla società che ci circonda.

 

“I miei trascorsi di grafico e la lunga militanza nell’ambito della fotografia pubblicitaria – racconta – mi hanno trasmesso una certa pulizia dell’immagine senza abbandonarmi ad inutili orpelli. Rifuggo dalle complicazioni e quando ho in mente un’immagine devo realizzarla di getto e in breve tempo, altrimenti rischierei di confondere il messaggio che intendo trasmettere. Amo i fondi bianchi o neri per dare il massimo risalto al soggetto, per questo motivo adotto una tecnica particolare che avvicina la fotografia alla grafica”.

Con questa tecnica Francesco ha partecipato a diverse mostre sia personali che collettive e a diversi concorsi, riscuotendo grande successo. Nicoletta Innocenti è da sempre attratta dalla fotografia analogica e in particolare dalla tecnica del “Transfer Polaroid” nelle sue varie declinazioni. “Una tecnica molto tattile che produce immagini sempre diverse – racconta Nicoletta – sfuggendo così alla logica della moltiplicazione all’infinito del negativo fotografico”.

Il risultato del suo lavoro è un’immagine morbida e affascinante che si stacca dalla rigida rappresentazione fotografica, per collocarsi vicino alle sensazioni che può dare l’arte pittorica, in particolare a quella dell’acquarello. Una tecnica che le ha permesso di partecipare ad un importante concorso fotografico, il “Les Lauriers Beaujolais de la Photo” a Lione dove nella categoria Press si è aggiudicata il primo premio, consegnato da Gabriel Axel, regista del film “Il pranzo di Babette”.

Cosa racconta la fotografia di Francesco Bellesia?

“Racconta principalmente me stesso, le mie esperienze e la mia formazione. Ho fatto il liceo artistico per poi lavorare diversi anni con mio padre nel suo studio di pubblicità a Milano. Successivamente ho iniziato ad interessarmi di fotografia che da quel momento è diventata la mia professione, oltre che la mia passione. L’immagine per me rappresenta non solo la descrizione analitica di un piatto, di una ricetta o di un prodotto della natura, pur fotografati con sensibilità e perizia e senza scivolare in un mondo virtuale di effetti speciali fini a se stessi, ma una dimensione in cui il prodotto si sveste della sua pelle per trasformarsi in un concetto che vada oltre l’oggetto stesso. I prodotti della natura sono ricchi di tutto: colore, texture di forme variegate spesso sorprendenti, che si prestano a giochi della fantasia per esprimere significati precisi spesso più definiti delle parole stesse. Insomma la forza dell’immagine”.

In che senso il cibo può essere arte da riprendere e riproporre?

“La natura ci ha regalato nei prodotti alimentari una quantità di forme e di colori, forse per essere attrattiva e desiderabile, che ha consentito di creare un settore parallelo che utilizza i prodotti per esprimere forme d’arte. Come non ricordare Giuseppe Arcimboldo, che già nel 1500 giocava e ironizzava col cibo utilizzando prodotti ortofrutticoli, pesci, uccelli. Un bizzarro pittore italiano che giocava sull’illusione visiva, dando vita ad una sorta di allegoria notevolmente anomala se contestualizzata nel periodo storico nel quale ha lavorato. Oggi molti fotografi si sono impegnati su questo fronte e noi per primi, veicolando questo tipo di fotografia attraverso mostre e concorsi dedicati al tema specifico. Si è creato così un mercato denominato “Fine Art” nel quale il fotografo, tradizionalmente imbrigliato nel rispetto del lay-out fornito dall’agenzia, può esprimere liberamente la propria creatività mettendo a disposizione le sue opere a tutte quelle persone affascinate da questo tipo di espressione artistica”.

Cosa significa oggi occuparsi di fotografia del cibo?

“Oggi più che mai tutto ciò che concerne l’alimentazione è diventato un segmento. Importante, oltre che di gran moda. Basti osservare le tante proposte a livello di ristorazione anche etnica e al risalto che attraverso i media viene dato ai protagonisti del settore. Per i fotografi ha rappresentato un comparto in forte sviluppo che li ha impegnati su diversi fronti. Le aziende del comparto alimentare devono confrontarsi con una concorrenza in forte sviluppo e devono affinare le armi per proporre sempre nuove idee al consumatore. Grazie alla rete, la fotografia di food ha avuto nel tempo un forte sviluppo sui social che hanno consentito una grande visibilità non solo circoscritta agli addetti ai lavori ma a tutti gli appassionati di cucina anche se non fotografi professionisti. Resta comunque il fatto che le aziende hanno bisogno di fotografia per esaltare e mettere in evidenza i loro prodotti, per controbattere una concorrenza sempre più agguerrita. Il fotografo che si occupa di food non deve essere necessariamente un cuoco, per questo viene affiancato da una figura professionale, l’home economist o food stylist, che si occupa di rendere al meglio il prodotto da fotografare. Sarebbe come il trucco e parrucco su un set di moda. Sarà sempre e comunque il fotografo a gestire il set prendendosene tutte le responsabilità del caso, operando con la luce e la composizione per raggiungere l’obiettivo stabilito”.

Un progetto a cui state lavorando in questo momento?

“I progetti sono molti. Continuiamo a implementare il nostro archivio di fotografia di food in collaborazione con l’agenzia Stockfood, realtà di primissimo piano a livello mondiale che veicola le nostre immagini in tutte le parti del mondo. Abbiamo appena terminato una serie di fotografie per il packaging di un’azienda specializzata in prodotti sottovuoto e nel comparto dei dolciumi e dei salumi. In questo momento stiamo sviluppando un nuovo settore: fotografie di piatti per il menù di ristoranti in collaborazione con una struttura”.

 

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