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Adriano Fedi e il potere delle storie

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Dal libro Penna&Calamaro a nuovi racconti di gusto.

Cosa saremmo senza le storie! È una delle due esclamazioni che vengono in mente subito dopo la lettura di “Penna&Calamaro”, l’ebook pubblicato qualche mese fa da Adriano Fedi, ingegnere di formazione, narratore nell’animo; una di quelle persone che staresti ad ascoltare per ore, perdendoti nei meandri di aneddoti, a volte reali altre volte inventati, senza chiederti dove sia la differenza, per il piacere incontaminato di immergerti fino in fondo in quei racconti.
Il suo “libello virtuale” si presenta come guida gastronomico-narrativa, un viaggio dedicato a girovaghi golosi, alla scoperta di ristoranti, trattorie, eventi culinari descritti attraverso racconti brevi e originali.

L’ispirazione nasce dall’esperienza personale in giro per Paesi, locali e posti dove la buona cucina, il buon bere e un’atmosfera saporita si mescolano come in un gradevole impasto, aromatizzato con storie e personaggi che restano nella memoria.

Il risultato è una ricetta gustosa e vincente, che offre al lettore consigli e proposte per mete da toccare, viaggi avvincenti e profumati da intraprendere, avendo sempre un animo leggero e pronto a prender parte a straordinarie avventure.
Bisogna forse avere un approccio alla vita come quello di Adriano per assaporare la bellezza delle storie fino in fondo. Sì, forse bisogna lasciarsi travolgere dagli sguardi incontrati per strada, dalle voci e dalle anime di persone che si sono rese protagoniste di mondi straordinari. Bisogna essere innamorati della vita e delle sue sfumature profumate e avere quella generosità pulita e trasparente di chi crede che la strada vada sempre condivisa.
Per questo abbiamo voluto condividere con i nostri lettori un piccolo e delicato racconto inedito dello scrittore, un regalo a Food Lifestyle e soprattutto un omaggio al potere delle storie. E allora non resta che concludere con l’altra esclamazione che viene in mente dopo aver “ascoltato” le storie di Adriano Fedi: Buon viaggio!

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DUE PAGINE DI MANGA.

Per fare stare tranquilla la bambina e poter fare due chiacchere, Takeshi e Nami le avevamo dato uno dei manga che stavano, con le loro copertine colorate, sullo scaffale. Era stato difficile trovare un momento da potersi dedicare, entrambi così impegnati con i loro lavori. Takeshi, ingegnere meccanico, lavorava per una multinazionale nel settore
energia e gli occhi stanchi dietro gli occhiali dalla montatura sottile dicevano a voce alta quanto fosse stanco della vita da giramondo che gli era riservata.
Nami, architetto di interni, si muoveva in bicicletta per Milano, pedalando svelta tra la presentazione di un nuovo locale disegnato da lei, il lavoro in studio e continue consulenze
in ogni angolo smussato di quella città concentrica. Koi gli aveva illuminati, da sei anni portava suoni nuovi e colore sui muri delle loro vite. Era una bimba curiosa, con
un’intelligenza fine e una fame continua. Non stava mai ferma Koi, lo sapevano bene i nonni, trasferiti da Osaka per dare una mano ai giovani genitori; grazie a loro lei aveva imparato anche il giapponese, oltre a una specie di lingua mista, italiano e giapponese fusi assieme, che i nonni provavano a parlare quando entravano nei negozi o avevano a che fare con qualcuno, e che la divertiva tantissimo.
Quel giorno erano andati in quel locale che ospitava spesso altri giapponesi come loro. Ci si scambiava un saluto educato e poi si apprezzava quel segno inconfutabile di una cucina veramente nipponica, diversa da quella fatta di rulli, prezzi bassi e mangi-quel-che-vuoi. Takeshi e Nami amavano davvero questo posto, la cui entrata è così vicina a un Luogo
che offre altre meraviglie gastronomiche e dove si viziano almeno una volta all’anno.
Avevano ordinato una porzione di Hiyashi Chuka per lei.
D’estate, l’estate di Milano con i condizionatori che suonano come cicale e le code verso il mare al venerdì sera, le piaceva così tanto mangiare quella gustosa pasta fredda preparata con tante cose buone e nutrienti. C’erano il maiale, il gambero cotto, un pezzetto di frittata, gli immancabili germogli di soia. E anche se Koi non li amava particolarmente quando glieli proponevano a casa, quando era in quel ristorante mangiava di gusto pure i cetrioli e le alghe wakame. Takeshi, invece, era golosissimo di Okonomiyaki e non gli importava se fosse estate o inverno, lo prendeva sempre.
Questa volta avrebbe sudato un po’, lo sapeva, ma non poteva mai dire no al tortino. In più, la sua bimba si riempiva il viso con la sua risata meravigliosa quando le piccole scaglie di tonno essiccato si muovevano in una danza voluttuosa.
Il piatto sembrava vivo e il suono della risata di Koi era un suono che riempiva il locale e il suo cuore di padre troppo spesso in viaggio, lontano da casa per lavoro.
Nami, invece, quel giorno aveva voglia di mangiare un pochino di sushi e sashimi. Si muoveva agile nel menù, ormai conosceva tutti i piatti cucinati magistralmente da Chie Oshima e da chi con lei si muove veloce tra ciotole e pentole di terracotta. Nami, malgrado il mestiere che la rendeva così attenta ai dettagli, passava volentieri sopra al fatto che alcuni dei quadri appesi non fossero allineati. Nel suo regno domestico non sarebbe mai capitato, ma la bontà del cibo la faceva desistere dall’istinto di prendere chiodi e martello.
Quando la pasta fredda di Koi era arrivata, la bambina aveva quasi terminato di sfogliare in un senso diverso da quello a cui gli altri clienti, poco meno di trenta, tutti italiani quel
giorno, erano abituati. Era indecisa se finire, curiosa, il manga, o se gettarsi a capofitto sulla capiente ciotola. Mancavano due pagine ma il profumo le era entrato prepotente nelle narici.
Aveva posato il manga.

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