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WINEWAVE: i sorsi di cultura e meraviglia di Luca Balbiano

balbiano-foodlifestyle_credits Massimiliano Sticca

Intrecciare le storie racchiuse in una bottiglia di vino (quelle di territori e uomini) con personaggi noti, straordinari ed epocali: dallo sport al cinema, passando per la letteratura e l’arte, e arrivando fino alla tecnologia e all’astronomia. È questa la missione di “WINEWAVE”, il progetto web ideato dal giovane imprenditore, a capo dell’omonima cantina piemontese (ad Andezeno, Torino), Luca Balbiano.
Se vi dicessi semplicemente che si tratta di un canale YouTube probabilmente passereste in fretta oltre, convinti che io stia per raccontarvi di un’ennesima idea social come oggi se ne vedono e ascoltano tante. Ma non è così, perché Winewave profuma davvero di blend unico, e non è il punto di partenza bensì il punto di arrivo di un modo di vivere il mondo del vino e, ovviamente, di raccontarlo.
Winewave è figlio di un giovane uomo, Luca, che quando gli parli ti incide indelebili nella mente e nel cuore tatuaggi che rappresentano amore, entusiasmo e passione. Per lui il vino è, letteralmente, vita. Luca Balbiano ogni lunedì racconta storie di uomini e donne che con abnegazione hanno lasciato un segno nella storia. Sacrifici e rinunce che Luca sa bene cosa significhino, ma quando fai ciò che ami e ami ciò che fai, non c’è limite alla volontà di dare di più, ancora, di fare un ulteriore passo oltre. E così ogni storia raccontata è legata e abbinata a un vino: bottiglie, note e meno note, che poi si riscoprono cariche di nuovi significati e nuove emozioni.
Luca è riuscito a trasformare il vino in un inchiostro capace di raccontare la storia dell’uomo. Ma per capire davvero quello che intendo, la cosa migliore è proprio ascoltare una storia: quella di Luca Balbiano.

balbiano-foodlifestyle-ph credit Giovanni Bottisio
ph credit Giovanni Bottisio

Luca, raccontiamo come nasce l’azienda vitivinicola Balbiano?
La cantina quest’anno compie 80 anni, io sono la terza generazione. È stata fondata da mio nonno nel 1941. Io sono in azienda da circa 15 anni. Mi sono laureato in Giurisprudenza ma poi ho deciso di dedicarmi, comunque, al mondo del vino. Ho fatto un po’ come le suore di clausura che fanno una settimana di liberà prima di prendere i voti! – ride. Mi sono laureato in tutt’altra cosa per poi votarmi al vino e seguire le orme di famiglia. Mi è servito per capire se era veramente la mia strada, anche se sono sempre stato convinto di voler fare questo nella vita. Del resto qui vige il principio di casa e bottega e io ho sempre lavorato anche mentre studiavo. Pensa che mi sono laureato di sabato e la domenica stavo già scaricando vino! I miei genitori comunque mi hanno sempre appoggiato spingendomi a studiare quello che volevo, rendendomi consapevole fin dall’inizio che questo è un lavoro che richiede tanti sacrifici soprattutto in termini
di tempo libero. Quando fai vino un po’ devi seguire i ritmi della natura e un po’ devi seguire i ritmi delle persone che vengono a farti visita in cantina. La nostra cantina è stata strutturata già in tempi non sospetti con questo tipo di approccio, funzionale all’enoturismo, all’accoglienza dei clienti. Qui ci sono le cantine storiche, ospitate all’interno di una cascina di fine Settecento, ma anche degli spazi di accoglienza complementare. Ospitiamo due musei. Mio padre si è appassionato alle vecchie cose di campagna e ha messo in piedi un museo che oggi conta più di 2500 pezzi di oggetti legati alla vita contadina piemontese e più di mille giocattoli vintage. In questo modo, chi viene a farci visita non vede soltanto bottiglie ma uno spaccato delle nostre tradizioni. La parte giocattoli è una passione arrivata dopo ma che poi è diventata fortissima e si è radicata molto nella nostra attività anche lavorativa, perché qualche anno fa quando abbiamo deciso di fare il restyling della nostra linea di etichette abbiamo usato il concept del giocattolo antico e dunque su ognuna delle nostre etichette oggi c’è un’illustrazione di un nostro vecchio giocattolo.

Un bellissimo esempio di come oggi sia importante raccontare non il prodotto in sé ma tutto il territorio a cui quel prodotto appartiene. Storia e tradizioni.
Sì, io sono sempre stato convinto, da produttore e imprenditore, poi da presidente di Consorzio di Tutela della Freisa di Chieri, che fosse molto più importante raccontare il territorio che non i prodotti stessi. Del resto basta guardare dove il mondo del vino funziona. Se vai in Borgogna, ti raccontano talmente bene il territorio che te ne vai con il baule pieno di bottiglie! Oggi i vini sono quasi tutti buoni e allora è importante vendere un’esperienza assieme alla bottiglia. E questa è stata la leva che mi ha portato a ideare Winewave.

Quali vini producete?
I nostri sono i vini tipici della collina torinese, in particolare la Freisa di Chieri che è un vitigno che ha più di 500 anni, al pari del Nebbiolo e pochi altri. La promozione di questo vitigno è stata un’operazione particolarmente complessa, perché come tutto ciò che affonda le radici così indietro nella storia, si porta dietro un bagaglio di cose buone e meno buone. La Freisa, che è sempre stato il vino quotidiano qui in Piemonte, nei primi anni del 900 era il vino più diffuso in assoluto, per la sua capacità di essere un vitigno di supporto rispetto alle altre varietà. Una volta non c’erano vini fatti in purezza ma erano quasi tutti blend. Quindi la Freisa serviva a supportare la Barbera con un po’ di tannino, il Nebbiolo con un po’ di colore. Quando veniva usata in purezza dava origine a un vino molto semplice, quasi dolce (si chiamava amabile una volta) e leggermente frizzante. Queste caratteristiche lo hanno collocato come vino più amato dai piemontesi, un vino da tavola consumato in grandi quantità: 6-7 gradi di alcol, un bel residuo zuccherino, leggermente vivace perché rifermentava in bottiglia. Nel passaggio epocale degli anni Cinquanta Sessanta fra questo tipo di vini e i vini secchi, da pasto, un po’ più fini, la Freisa ha avuto più difficoltà rispetto ad altri vini perché all’epoca mancava la tecnologia per gestire il vitigno in modo moderno. La Freisa ha questi tannini super prorompenti, acidità accentuate che se non le sai domare diventa un vino austero, difficile da comprendere. Così la Freisa è passata dall’essere il vino più diffuso in Piemonte al 2% scarso della produzione. Un vero tracollo della superficie vitata perché i vignaioli la hanno espiantata e sostituita con varietà più docili da gestire. Si sono salvate alcune enclave che sono quelle in cui oggi la Freisa è coltivata in maniera sensibile. Quella più antica è quella delle colline torinesi. Ce n’è una parte nel Monferrato, quindi nell’astigiano, una parte nelle Langhe e un po’ nei colli tortonesi. La sfida per noi è stata quella di emendare la Freisa da questa sua nomea di vino semplice, da osteria, per farlo assurgere al rango dei grandi vini piemontesi. Anche perché, studi hanno dimostrato che la Freisa e il Nebbiolo sono padre e figlio e non si sa, per la prima volta nella storia, chi sia il padre e chi il figlio. Non si conosce la madre, probabilmente un vitigno estinto, o non ancora scoperto. Fatto sta che una gran parte degli alleni, dunque delle stanghette del DNA, di Freisa e Nebbiolo sono quasi totalmente sovrapponibili. La domanda che ci siamo fatti è: se il Nebbiolo è conosciuto in tutto il mondo per le sue proprietà e per la sua capacità di dare vita a grandi vini anche da lungo invecchiamento perché non la Freisa? E così, molto faticosamente, negli ultimi quindici anni abbiamo messo a frutto una serie di studi e di percorsi che ci hanno portato a produrre della Freisa che spazia da versioni più giovani fino al lungo invecchiamento di grande eleganza come la Freisa di Chieri DOC superiore Vigna Villa della Regina, che è quella che noi produciamo. È un vitigno che abbiamo reimpiantato noi ed è stato il mio primo progetto da quando lavoro in cantina. La Villa era una residenza dei Savoia, che aveva una vocazione agricola e una vigna molto grande che dava uva e vino alla famiglia reale. Sia la Villa che la vigna sono state abbandonate dopo la seconda guerra mondiale, dimenticate per 50 anni. Poi nei primi anni novanta l’immobile è stato recuperato e dieci anni dopo ci è stato chiesto se ce la sentivamo di provare a recuperare la vigna storica. Un progetto incredibile e quasi impossibile, ma ce l’abbiamo fatta! Ci abbiamo creduto, in nome dell’amore che proviamo per il territorio e per questo vitigno. Oggi la vigna non solo è rinata ma produce un vino molto particolare e raro, perché è uno dei pochissimi vini di città e uno dei pochissimi per altro ad avere una denominazione controllata.

balbiano-foodlifestyl-crediti Giovanni Bottisio
ph. credits Giovanni Bottisio

Di progetto in progetto, passiamo alla parte di comunicazione di questo vitigno e dei vini in genere. Prima di Winewawe hai dato vita ad un’iniziativa social che si chiamava “Stappatincasa”.
Sì, quando hanno annunciato il primo lockdown la riflessione che ho fatto, mentre la gente cantava dai balconi, è che il nostro mondo, quello del vino, vive di convivialità, che non poteva più esserci fisicamente. E allora ho voluto provare a non interrompere il racconto del vino portandolo on line in un format che non esisteva. Mi sono messo in gioco davanti alla telecamera e ho pensato di raccontare ogni giorno all’ora dell’aperitivo un vino. Ho iniziato con i miei vini, ma poi ho cominciato a invitare altri amici, non necessariamente produttori, ma persone che avevano a che fare col vino anche non a livello tecnico. Perché volevo iniziare a parlare di vini in maniera diversa, non tecnica. I produttori e gli operatori del vino tendono ad autocelebrarsi, come se per “essere fighi” si debba essere incomprensibili! Questo generava nelle persone un senso di inadeguatezza che è respingente, che allontana dal vino. Volevo liberare il vino da quest’aura di sacralità, per avvicinarlo alle persone, a tutti. Così ho pensato di parlare di vino un po’ più di pancia, ovviamente senza banalizzarlo. Si possono anche spiegare cose difficili in maniera semplice in fondo. Ho invitato amici giornalisti, chef, sportivi, attori. Poi attraverso gli amici degli amici siamo arrivati a parlare con personaggi celebri che mai avrei potuto raggiungere nella normalità. Più di 50 cantine inoltre hanno aderito al progetto e abbiamo fatto una raccolta fondi per la Croce Rossa di Bergamo. Le cantine hanno messo a disposizione delle degustazioni a fronte di donazioni. Attraverso questa operazione non solo abbiamo aiutato la Croce Rossa, ma abbiamo portato, subito dopo la riapertura della scorsa primavera-estate, un bel po’ di gente nelle cantine, che erano vuote da molti mesi. Mi è costato molto impegno ma ho ottenuto un bellissimo risultato e mi ha dato la carica per proseguire su questa strada.

E così è nato Winewave, che ha avvicinato il vino alla cultura, o viceversa…
L’equazione di Winewave si è composta di diversi elementi che sono venuti fuori durante la fase della pandemia. Ma quello che mi ha convinto ad intraprendere questa strada è stato l’approccio governativo, politico, che ha messo la cultura in fondo alla lista delle cose non fondamentali per la sopravvivenza. Ma l’Italia è la patria della cultura mondiale e la cultura, così come il vino, ogni tanto si è un po’ compiaciuta nel rendersi ostile nei confronti delle persone. Poi però c’è qualcuno che la racconta in modo meraviglioso, avvicinandola al grande pubblico con semplicità, come Barbero o Angela. E allora mi sono chiesto perché non fosse possibile raccontare anche il vino così, facendo entrare alcuni concetti legati al vino da una porta laterale, affinchè restino più fissi nella memoria.
Quando tu ascolti la storia di Madame Clicquot Ponsardin allora il vino te lo ricordi, ma non per il gusto che ha bensì per il racconto. Ti trovi a cena con amici e bevendo quel vino racconti a tua volta quella storia… è un concetto che va oltre il vino stesso, ovvero la fatica, gli sforzi, il sudore, i rischi che un produttore ha corso per arrivare a quel vino lì. Ed ecco che allora le persone capiscono anche perché un determinato vino ha un costo elevato, quali sono le sue qualità, la sua storia…

Winewave è una doppia vittoria, perché attraverso questo format sei riuscito a raccontare la cultura e l’arte in maniera semplice e nel contempo raccontare in maniera altrettanto semplice i vini. E dunque lasciare nella mente della persone il ricordo e la voglia di assaggiare quei vini, portandosi anche a casa conoscenze nuove legate a personaggi che hanno disegnato un pezzo della storia.
Sì e poi c’è il fatto che molto spesso al di là delle grandi storie di personaggi famosi, nel piccolo di ogni cantina c’è una grande storia! Ma non sempre, per mille motivi, i produttori sono capaci di raccontare la loro storia. E questo è un gran peccato, anche perché oggi ci sono strumenti alla portata di tutti che permettono di parlare a tantissime persone. Credo sia ora che i produttori diventino i frontman delle loro aziende anche a livello mediatico. Spesso affidare a terzi il proprio racconto porta a una narrazione un po’ poco empatica, perché questi terzi non sono i protagonisti del racconto. È un gran peccato perché il mondo del vino ha delle storie bellissime da far conoscere!

Quali sono queste grandi virtù del vino che gli permettono di essere così presente nella vita quotidiana delle persone e un così potente veicolo di racconto anche culturale?
Questa è esattamente la domanda che mi sono posto quando pensavo a come strutturare Winewave. E mi sono appuntato questa idea: la bottiglia diventa la punta di un compasso che abbraccia un sacco di cose attorno a sé. Perciò il vino è il crocevia della cultura. Attraverso il vino passa qualunque cosa: l’arte, la storia, la letteratura, il cinema, il teatro… Tutto parla di vino perché il vino è un potentissimo strumento di comunicazione di empatia. Perché è da sempre il simbolo del vivere insieme, della condivisione e a livello di immagine è molto potente. La vite nasce, si addormenta e rinasce tutti gli anni. È un simbolo di continuità eterna e questo ha ispirato tutti: ha ispirato i grandi artisti, i grandi musicisti, i grandi attori, gli scienziati a produrre qualcosa di bello. Molti scrittori hanno inserito il vino nei loro racconti, nei loro libri. E più vado avanti a raccontare storie su Winewave più mi rendo conto che non c’è una sfaccettatura della parte più bella dell’umanità che non abbia a che fare col vino.

Quale è la storia che ti ha colpito di più tra quelle che stai raccontando?
Una storia che mi ha particolarmente colpito, perché dal punto di vista emozionale mi ci sono rivisto, è l’episodio del Giudizio di Parigi. Una degustazione avvenuta nel 1976 a Parigi di vini top di gamma francesi e sconosciutissimi vini californiani. È una delle più grandi storie di underdog del vino. Nessuno avrebbe dato un centesimo ai vini californiani, che sono stati assaggiati alla cieca assieme ai vini francesi e giudicati da una giuria francese. Bene, il miglior vino bianco e il miglior vino rosso giudicati sono stati entrambi californiani! Questo ha scatenato una sorta di guerra nucleare che ha messo per la prima volta sulla mappa del vino mondiale i vini californiani. Un episodio che ha dato coraggio a tanti altri produttori, che facevano vini di qualità ma che non erano nel gotha dell’impero vinicolo, perché fino a quel momento sul piedistallo mondiale c’era saldamente e quasi esclusivamente la Francia. Così, molti territori praticamente sconosciuti hanno pensato che ce la potevano fare anche loro, proprio come era accaduto ai vini californiani. E questo è un messaggio attualissimo che vale per un sacco di territori oggi emergenti. Il Giudizio di Parigi ci fa capire che la mappa del vino è molto ampia e anche che, lontano dal blasone dell’etichetta, ogni tanto il giudizio alla cieca può riservare qualche sorpresa!

Ed è con la parola “sorpresa” che mi piace chiudere questo racconto a due voci. Una storia, quella di Luca Balbiano, che insegna che prima di essere scettici, bisogna metterci il naso. E sono sicura che tutti, domani, andremo a “ficcare il naso” tra le storie di Winewave!

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