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Vino e Vite: la sfida de Gli Svitati al sughero

Pubblicato da

a cura di Camilla Mignone

Per anni il tappo a vite è stato lo spauracchio dell’enofilo medio: simbolo di vino economico, di bassa qualità, privo di quella ritualità romantica che accompagna il “Pop” del sughero. Eppure, oggi questo umile dispositivo sta vivendo una rivalutazione profonda, sostenuta da una parte della viticoltura italiana più audace e sperimentale. A sostenere la rivoluzione, un gruppo di vignaioli ribelli: gli Svitati.
Il tappo in sughero ha a lungo rappresentato il sigillo d’eccellenza per i grandi vini da invecchiamento. La sua capacità di favorire una lenta micro-ossigenazione e la sua origine naturale
lo hanno reso insostituibile per decenni. Tuttavia, il sughero non è privo di criticità: la presenza potenziale del temuto TCA, responsabile del cosiddetto “sapore di tappo”, la variabilità tra una
chiusura e l’altra e l’incremento dei costi dovuto alla crescente scarsità di materia prima di qualità sono fattori che hanno spinto molti produttori a cercare alternative più affidabili. Da questa esigenza sono nati i tappi tecnici e i tappi DIAM, ottenuti da granuli di sughero rigenerati e privati delle molecole contaminanti. Questi offrono una sicurezza sensoriale maggiore e una standardizzazione del risultato, pur mantenendo una componente corticale che rassicura i tradizionalisti.
Ma la vera rottura, silenziosa e determinata, arriva con il tappo a vite, una soluzione fino a ieri riservata ai vini da consumo immediato e oggi oggetto di una profonda rivalutazione. Il tappo a vite
garantisce una chiusura perfettamente neutra, priva di contaminazioni e con una tenuta meccanica superiore, consentendo un’evoluzione più lenta e prevedibile.
A dare legittimità a questa scelta sono stati gli Svitati, un gruppo di vignaioli italiani che hanno scelto, in tutto o in parte, di convertire le proprie etichette al tappo a vite, anche quelle destinate
all’invecchiamento. Tra loro Walter Massa, anima del Timorasso e voce instancabile del Derthona, porta avanti un progetto progressivo ma chiaro: traghettare entro il 2030 tutta la produzione verso la chiusura a vite. Un cambio di paradigma, non solo tecnico, ma anche culturale. Già oggi, etichette come Derthona, Monleale e diversi altri vini del’azienda sono disponibili esclusivamente con questo tipo di tappo. Fa eccezione solo la Pertichetta, un vino concepito per una particolare evoluzione.
Accanto a Massa, altri produttori hanno preso strade simili. Graziano Prà, con i suoi Soave, ha dimostrato come i bianchi vulcanici possano evolvere benissimo in tappo a vite, conservando
sapidità e tensione. Franz Haas Jr, in Alto Adige, lo utilizza su bianchi aromatici e sul Pinot Nero, dove la precisione aromatica è tutto. Nel Collio, Silvio Jermann ha integrato la vite in una selezione delle sue etichette, mentre Mario Pojer, in Trentino, applica la sua genialità tecnica anche a spumanti metodo classico e bianchi di montagna.
Tutti gli Svitati concordano su un punto: il tappo a vite è uno strumento tecnico, non un simbolo. Garantisce assenza di contaminazioni, evoluzione stabile, zero rischio TCA. Eppure, non è privo di sfide: serve investire in nuovi macchinari, rivedere il packaging, affrontare una comunicazione più difficile verso un pubblico che, spesso, fatica ad accettare la novità. Ma è davvero un limite? O è solo il momento giusto per fare educazione, spiegare, superare il cliché del tappo economico?
In un mercato dove l’offerta è ampia e la concorrenza agguerrita, proporre un vino importante con tappo a vite può sembrare una scommessa rischiosa. Il consumatore meno convinto potrebbe
rivolgersi altrove, scegliendo etichette più “classiche” solo per la familiarità della chiusura. Ma non è forse più interessante dialogare con chi è pronto ad accettare un’idea diversa di qualità? In alcune annate particolarmente contenute, c’è chi sceglie di uscire solo con tappo a vite: un rischio sì, ma anche un filtro naturale. Chi sceglie quel vino, sceglie consapevolmente anche la visione che lo ha generato.

La masterclass degli Svitati a Vinitaly 2024 ha lasciato il segno: degustazioni tecniche, confronto aperto, riflessioni senza retorica. Hanno dimostrato che la vite non è solo per vini da consumo rapido. È un gesto consapevole, coerente con un’idea di vino moderno, evolutivo e rispettoso del lavoro in cantina. Gli Svitati non chiedono di abbandonare il sughero, ma di superare i pregiudizi. Ed è ormai chiaro che, in un mondo enologico sempre più aperto e tecnologico, il futuro si avviterà lentamente, ma con decisione.

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