Una giovane vignaiola che trasforma la terra in identità e futuro
a cura di Giorgia Del Bianco
Parlare con Marta Venica è come spalancare una finestra su un mondo fatto di valori autentici e irrinunciabili: il desiderio di restare fedeli a sé stessi, la curiosità come motore quotidiano e la capacità di riconoscere la bellezza nelle cose semplici. Marta è una giovane donna brillante, istintiva e riflessiva allo stesso tempo, capace di mettere continuamente in discussione ciò che conosce per crescere, imparare e trasformarsi.
Proprio come i suoi vini, anche lei è in costante evoluzione. Ed è forse questo il tratto che rende le sue bottiglie così riconoscibili: stappandole si percepiscono il profumo della ricerca, la sapidità di idee nitide e profonde, ma anche la delicatezza di chi ha imparato l’arte della condivisione. Classe 1994, Marta rappresenta una nuova generazione di vignaioli che conosce perfettamente le proprie radici. La sua famiglia le ha trasmesso passione e rispetto per un universo che spesso sembra seguire regole immutabili, ma che riesce ancora a creare un ponte tra tradizione e futuro. Nel 2019 decide di intraprendere una piccola, coraggiosa follia: fondare una propria azienda agricola tra le colline di Dolegna del Collio, a pochi passi dal confine sloveno. Porta con sé anni di esperienze, studi, intuizioni e viaggi che hanno arricchito il suo sguardo sul vino e sul mondo. Ha raccolto ogni insegnamento come si fa con l’uva migliore: scegliendo con cura ciò che meritava di essere custodito e trasformandolo in qualcosa di profondamente suo.
Allora zaino in spalla: partiamo anche noi alla scoperta del suo piccolo angolo di paradiso, mentre la sua ottava vendemmia si avvicina silenziosamente.
Parola d’ordine: varietà autoctone
Ribolla gialla, friulano e malvasia istriana sono le varietà principali con cui lavoro, insieme al merlot. Le mie scelte nascono dal rispetto del territorio, sia dal punto di vista culturale sia naturale. La ponca delle colline permette alle uve di raggiungere una maturazione completa, esprimendo così tutto il loro potenziale, arricchito dal microclima unico della zona. I vigneti si trovano su colli differenti e per questo motivo lavoro molto sulla zonazione; tuttavia, la raccolta avviene nello stesso momento, perché desidero percepire la vigna come un insieme armonico, senza manipolare il vino in cantina secondo gusti personali. Ad esempio, nel Martissima Collio Bianco: la ribolla gialla perde parte della sua componente tannica e viene equilibrata dal friulano, più immediato e pronto, mentre la malvasia aggiunge profondità aromatica.
Il vino che racconta sé stesso
Uno dei miei obiettivi è valorizzare la Ribolla Gialla in purezza e i risultati mi stanno dando ragione. Si tratta di un vitigno che, per tradizione, viene vinificato in bianco e possiede un’identità ben precisa. Le sue caratteristiche fisiche, in particolare la buccia croccante e spessa, la rendono unica e particolarmente adatta a una vinificazione con una leggera macerazione: una sola notte a contatto con le bucce, sufficiente a preservare e arricchire il suo profilo organolettico, donandole sfumature affascinanti e una straordinaria capacità di evolvere nel tempo. La versione spumantizzata rappresenta una novità degli ultimi anni, mentre la Ribolla Gialla vinificata in purezza è stata spesso sottovalutata. Quando se ne apre una bottiglia, il cliente spesso non sa cosa aspettarsi, e questo può generare confusione: i suoi profumi possono spaziare da sentori fruttati a note floreali o persino legnose, sorprendendo chi la assaggia. Proprio perché per lungo tempo è stata considerata una varietà leggera e poco prestigiosa, sento il desiderio di restituirle dignità e valore. Partendo da un vigneto di grande interesse, riesco a ottenere un vino elegante, caratterizzato da una marcata salinità, che esprime al meglio le qualità della ponca e il potenziale autentico di questo straordinario vitigno.
La vitalità del terreno rende saggio il vino
Da quando ho preso in gestione i vigneti ho scelto di seguire un’agricoltura biologica, favorita anche dalla presenza dei boschi vicini e della biodiversità che li abita.
Inoltre, porto avanti una viticoltura rigenerativa del suolo, utilizzando fertilizzanti vivi ottenuti dagli scarti delle fattorie biologiche. Gli effetti sul terreno — e di conseguenza sulla vite — sono evidenti: maggiore vitalità delle piante, più resistenza agli attacchi fungini e una sorprendente ricchezza di erbe e fiori spontanei.
Una terra viva è una terra forte, sana, capace di difendersi senza bisogno di eccessi. È un lavoro che richiede continuità e dedizione, ma che nel tempo restituisce equilibrio.
Allarme diserbanti
Fa ancora impressione sapere che nel 2026 molti agricoltori continuino a farne uso. Oggi esistono tecnologie meno invasive e molto più rispettose. Si parla spesso di sostenibilità, ma sarà la concretezza delle azioni a fare davvero la differenza.
Senza meja: senza confini
In un’epoca in cui i confini sembrano tornare a dividere il mondo, la nuova generazione di viticoltori combatte una battaglia diversa: quella contro le distanze culturali. 25 produttori provenienti da una vasta zona tra cui: Colli orientali, Colli, dal Carso, da Aquileia e dal Brda — la regione collinare slovena del vino — si incontrano, si contaminano e crescono insieme. Non si tratta soltanto di condividere idee: ci si sostiene, ci si confronta, talvolta ci si sopporta, ma sempre con il desiderio comune di migliorarsi. I progetti sono numerosi, la voglia di costruire è concreta e i valori parlano una lingua comune.
Donna come forza, non come fragilità
Essere donna nel mondo del vino non è più un’eccezione e, personalmente, non ho mai percepito diffidenza da parte dei colleghi. Molte donne, prima di me, hanno lasciato un segno importante in questo settore, e credo che oggi esistano rispetto e riconoscimento. Le difficoltà, piuttosto, arrivano da altri ambienti della società, dove capita ancora di dover dimostrare il proprio valore. È lì che si avverte mancanza di fiducia e considerazione, ed è qualcosa che mi dispiace.
Un ricordo custodito in una bottiglia
Era il 2015, alla fine del mio tirocinio. In quell’occasione il signor Helmut Dönnhoff fece un gesto che porterò sempre con me: stappò una delle sue bottiglie più preziose e rare, un Riesling Eiswein Oberhäuser Brücke 1994. Si tratta di un vino raro, prodotto soltanto in annate particolari, quando le uve vengono lasciate congelare naturalmente sulla pianta e raccolte esclusivamente con temperature inferiori ai -7 gradi. Fu un ringraziamento che mi emozionò profondamente. Ancora oggi quella bottiglia mi accompagna in ogni trasloco, come un piccolo simbolo di gratitudine e memoria.
Un futuro costruito sulla qualità
La qualità è una parola difficile da definire. Per me significa saper investire il tempo in pratiche rispettose della vite e della natura, con l’obiettivo di ottenere risultati duraturi. Vorrei dedicare più energie anche al racconto di ciò che faccio: comunicare meglio il mio lavoro e condividere il percorso che sto costruendo, nel mio piccolo. I miei 4,6 ettari mi bastano; desidero prendermene cura senza rincorrere la grandezza a tutti i costi. Anche il recupero conservativo del casale che ho acquistato fa parte di questo sogno: immagino uno spazio dedicato alle degustazioni, capace di accogliere curiosi provenienti da ogni parte del mondo.
L’Argentina che profuma di casa
Il mio viaggio in Argentina ne è la prova. In modo sorprendente, lì ho ritrovato un frammento di Friuli. Per un curioso caso, era stato piantato un vigneto di Tocai Friulano in una zona dove nessuno conosceva questa varietà: ai piedi delle Ande. In quel contesto così diverso, la vite ha sviluppato caratteristiche profondamente influenzate dal territorio e dal clima locale. Insieme alla mia amica Paula Michelini abbiamo deciso di intraprendere un progetto affascinante: vinificare sia il Friulano argentino sia quello del Collio, per osservare come una stessa vite possa trasformarsi in base al luogo in cui cresce. È straordinario comprendere quanto il territorio possa incidere sull’identità di un vino, modellandone espressione, carattere e personalità. Proprio da questa riflessione nascerà un cofanetto dedicato a questa esperienza di confronto: due vini provenienti da vigneti della stessa età, entrambi coltivati secondo principi biologici, che raccontano però storie diverse, semplicemente perché affondano le loro radici in parti opposte del mondo.
Un augurio a Marta, e a tutti noi
Viaggiare. È questa la parola che ripeto con più convinzione. Perché viaggiare significa crescere, allargare lo sguardo, lasciarsi attraversare da culture nuove e modi diversi di pensare. Ogni esperienza aggiunge qualcosa, riempie il bagaglio umano prima ancora di quello professionale. Ai giovani il mio invito è semplice e potentissimo: buttarsi, senza paura, senza aspettare “il momento giusto”. Perché ogni occasione lasciata andare difficilmente ritorna.
E forse è proprio questa la sensazione che resta dopo aver parlato con Marta Venica: la certezza che il vino, quando nasce da mani sincere e da una visione autentica, non sia soltanto qualcosa da bere. Diventa un racconto, un viaggio, un gesto d’amore verso la terra e verso il futuro. E nel suo piccolo angolo di Collio, Marta questo futuro lo sta già costruendo, vendemmia dopo vendemmia, con la grazia ostinata di chi ha scelto di credere nei propri sogni fino in fondo.










