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Tatiana Accarino. La cucina diventa un atto d’amore

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La storia di Tatiana Accarrino nasce nelle favelas del Brasile, dove il cibo non era una certezza e l’amore spesso un’assenza. È lì, da bambina, che Tatiana ha imparato a cucinare non per gioco o per sogno, ma per prendersi cura dei suoi fratelli, per trasformare quel poco che c’era in un gesto di protezione. La cucina, per lei, non è mai stata solo una passione: è stata rifugio, linguaggio, salvezza. Un luogo intimo dove imparare a dare ciò che mancava, dove costruire, senza saperlo, la donna e la chef che sarebbe diventata.

Mentre il mondo fuori mostrava immagini irraggiungibili di case piene e tavole imbandite, Tatiana imparava a immaginare, a desiderare, a credere che un giorno anche lei avrebbe cucinato in un posto caldo, pieno d’amore.

Arrivata in Italia da adolescente, con un passato complesso e un cuore già pieno di sapori, Tatiana scopre un’altra patria gastronomica. La cucina italiana la accoglie con la sua forza, i suoi colori, il rispetto profondo per la materia prima. Ed è lì che le sue due anime iniziano a dialogare: l’istinto brasiliano, viscerale e caloroso, e la tecnica italiana, rigorosa e identitaria. Un equilibrio nato tra tentativi segreti, errori, curiosità e una fame, questa volta sì, di conoscenza.

Poi i viaggi, le cucine del mondo, le brigate internazionali. Ogni Paese un insegnamento, ogni esperienza un tassello. Dalla Norvegia, Tatiana porta con sé il silenzio, l’essenzialità, l’ascolto profondo dell’ingrediente. Dall’Italia, l’orgoglio e l’appartenenza. Dal suo Brasile, il fuoco, la memoria e il bisogno di nutrire gli altri.

Oggi Tatiana Accarrino è una chef consapevole, intensa, profondamente umana. Una donna che ha trasformato la mancanza in cura, la necessità in vocazione, la cucina in un progetto di vita. E che continua a cucinare con lo stesso obiettivo di allora: prendersi cura. Con le mani, con il cuore, fino all’ultimo giorno.

Cosa vuol dire, per te, cucinare a domicilio?

Cucinare a domicilio, per me, significa entrare nella vita delle persone con grande rispetto. Non è solo offrire un servizio, ma creare una relazione di fiducia all’interno di uno spazio intimo come la casa. Ogni servizio diventa una storia che porto con me, un tassello in più nel mio bagaglio di vita.

Conosco persone provenienti da ogni parte del mondo, con i loro gusti, le loro tradizioni e le loro curiosità, e si crea quel rapporto umano profondo che ho sempre cercato nella mia vita. Alcuni clienti, a distanza di mesi o anni, mi scrivono ancora dall’altra parte del mondo: per un saluto, per condividere un piatto che hanno preparato pensando a me o per congratularsi per un nuovo traguardo. I miei clienti diventano una grande famiglia.

Per me fare la personal chef è una vera e propria missione. Significa essere in grado di comprendere cosa il cliente sta davvero cercando e trasformarlo in un’esperienza concreta. Ogni famiglia, ogni persona ha una visione diversa, desideri diversi, emozioni diverse che vuole vivere: per questo ogni servizio è unico e non replicabile.

Il mio impegno è sempre quello di costruire l’esperienza nella sua totalità, adattandola alle esigenze del cliente, che si tratti di una cena privata, di uno show cooking o di una cooking class.

Quando, a distanza di qualche giorno, ricevo una recensione positiva o cinque stelle, so di aver semplicemente fatto il mio dovere: aver colpito nel segno, aver realizzato un desiderio. Questa è la mia più grande soddisfazione e la mia missione più importante: far sentire le persone viste, ascoltate e accolte, offrendo loro un’esperienza di ristorazione privata che rispecchi davvero ciò che stavano cercando.

Quando entri nelle case dei tuoi clienti, quali sono le prime tre cose cui presti attenzione?

La prima cosa sono sempre le persone: il loro modo di porsi, di comunicare e di vivere il momento. La seconda è il loro rapporto con il cibo, perché racconta molto di chi ho davanti. La terza è l’atmosfera della casa, l’energia che si respira.

Dal punto di vista tecnico, noto subito la predisposizione degli spazi e del tavolo. Do consigli sullo svolgimento del servizio, sulla posizione della cucina, su come organizzare l’accoglienza o un piccolo aperitivo iniziale. L’obiettivo è far sentire clienti e ospiti accolti, vivendo un’esperienza straordinaria e unica: un vero servizio di ristorazione a casa, dove ci siano comodità ma anche uno spettacolo per gli occhi.

Qual è la parte del servizio che ami di più e perché?

La parte che amo di più è l’esecuzione, quando cucino davanti agli occhi delle persone. È il cuore pulsante del mio lavoro. Mi emoziona vedere la curiosità nei loro sguardi, sentire le domande, percepire l’attenzione mentre un piatto prende forma passo dopo passo.

Quando durante un servizio mi trovo in una cucina a vista, tutto questo si amplifica. Le persone possono assistermi mentre sono sedute a tavola, sbirciare, alzarsi, avvicinarsi alla penisola della cucina e guardarmi lavorare da vicino. Vederle partecipi, presenti, interessate a ogni gesto mi dà una soddisfazione enorme.

Amo cucinare in modo vivo, spiegando ciò che faccio, mostrando i passaggi, raccontando il perché di una scelta o di un abbinamento. Mi piace condividere anche i piccoli trucchi del mestiere, perché per me la cucina non è mai un segreto da custodire, ma un sapere da trasmettere. La condivisione è tutto.

In quel momento non sto solo cucinando: sto creando un dialogo. C’è uno scambio continuo tra me e chi guarda, tra gesto e racconto, tra tecnica ed emozione. Il servizio diventa così anche spettacolo, nel senso più autentico del termine: qualcosa che coinvolge, incuriosisce e lascia un ricordo.

Portare magia negli occhi delle persone, farle sentire parte di ciò che sta accadendo, è il vero senso del mio lavoro. È lì che sento di essere esattamente dove devo essere: nel mezzo, tra il piatto e l’emozione di chi lo sta vivendo.

Puoi raccontarci un evento o una cena privata che ti ha emozionato particolarmente?

L’esperienza che porto più nel cuore è quella vissuta con una famiglia finlandese. Li ho conosciuti nelle Marche, in una villa privata, cucinando per loro colazione, pranzo e cena per un’intera settimana. Come sempre, mi sono messa in gioco con il timore di non essere mai abbastanza.

L’anno successivo mi hanno richiamata per cucinare di nuovo per loro, questa volta in Toscana. L’ultimo giorno mi hanno dedicato una sorpresa: un piccolo spettacolo, adulti e bambini insieme, dicendomi che il regalo più bello della loro vacanza era stata la mia presenza.

I bambini mi hanno lasciato un disegno che conservo ancora oggi appeso in casa e mi hanno dedicato anche un piccolo balletto. Erano quattordici persone, e in quell’esperienza ho capito che attraverso il mio lavoro avevo trovato la famiglia che nella mia vita non avevo mai avuto.

Organizzi anche lezioni di cucina (online e in presenza). Quali obiettivi cerchi di trasmettere ai tuoi allievi?

Il primo obiettivo dei miei corsi è far sentire le persone a proprio agio e trasmettere che la cucina è una vera simbiosi tra tecnica e creatività. Ma è anche molto di più: per me è una terapia per il cuore e per la mente.

Si può cucinare quando si è arrabbiati, confusi, persino piangendo, trasformando emozioni forti in qualcosa di positivo e concreto. Allo stesso tempo, la cucina aiuta a mettere ordine. Pesare, montare, seguire i passaggi con attenzione aiuta spesso a fare chiarezza anche nei pensieri.

Nei miei corsi insegno che l’obiettivo non è il piatto perfetto, ma un piatto tuo. Sbagliare, riprovare e riuscire fa parte del percorso.

Quando i miei allievi mi chiedono cosa fa davvero la differenza nella figura di uno chef – e in particolare di un personal chef – rispondo sempre con tre parole: passione, pratica e formazione. La passione è legata alla creatività, la pratica è l’esperienza quotidiana, la formazione è ciò che dà struttura e consapevolezza.

È per questo che, in età adulta, ho scelto di frequentare l’istituto alberghiero: perché solo unendo questi tre elementi si può crescere e diventare professionisti nel tempo.

Molti allievi arrivano con paura di sbagliare o con una forte insicurezza. Io credo invece che il bello di diventare chef – o semplicemente di avvicinarsi seriamente alla cucina – sia proprio questo: fare qualcosa senza avere la certezza assoluta del risultato, riprovare due o tre volte e poi arrivare a quel momento di soddisfazione davanti al piatto finito.

Le tecniche giuste aiutano a sentirsi più sicuri: conoscere gli abbinamenti, le spezie, le modalità di conservazione, il modo corretto di trattare un ingrediente riduce gli errori e aumenta la fiducia. Ma come dico sempre, la cucina è anche arte. Così come un artista dipinge il proprio quadro, ognuno deve dipingere il proprio piatto, prima di tutto, con il cuore.

Le basi tecniche sono fondamentali, ma l’anima del piatto nasce sempre da chi lo crea.

Hai qualche ricetta o demo che reputi simbolo del tuo stile?

Più che una singola ricetta, ciò che mi rappresenta davvero è il linguaggio che uso in cucina, fatto di abbinamenti tra ingredienti e culture diverse che dialogano tra loro in modo naturale.

Mi riconosco molto in combinazioni che uniscono ingredienti esotici come il latte di cocco o la cannella a preparazioni più fresche e contemporanee, come un gazpacho reinterpretato. Allo stesso tempo amo accostare prodotti simbolo della tradizione italiana, come la burrata, a sapori inaspettati, oppure lavorare su abbinamenti esotici con la carne, cercando sempre equilibrio e profondità.

Quello che mi dà più soddisfazione è quando un cliente mi dice: “È qualcosa di familiare, mi ricorda la mia terra, ma così non l’ho mai mangiato”. È lì che nasce il vero wow: nel riconoscere un sapore che parla di casa, ma che sorprende per come viene raccontato.

Questo interesse, questa curiosità negli occhi delle persone, è ciò che mi conferma che gli abbinamenti che creo funzionano. I miei piatti nascono proprio da questo: rispettare la memoria del gusto e allo stesso tempo portarla altrove, con creatività e identità.

Come pensi che evolverà il servizio di chef a domicilio in Italia nei prossimi anni?

Negli ultimi anni la figura del personal chef ha iniziato a farsi conoscere in modo più strutturato anche in Italia e, soprattutto nel Centro Italia, con un leggero ritardo rispetto ad altri Paesi. Oggi però questo servizio si sta ampliando sempre di più, in particolare nel settore turistico.

Il turista internazionale è già abituato a questa figura e sceglie volentieri di vivere l’esperienza del personal chef durante le vacanze, all’interno di ville private o strutture esclusive, per unire comfort, qualità e autenticità del territorio.

Ma ciò che trovo molto interessante è che questa richiesta sta crescendo anche tra le famiglie italiane. C’è una voglia profonda di recuperare una tradizione antica che, per un periodo, si era un po’ persa.

Un tempo esisteva la figura della cuoca “vergara”, come raccontano spesso le nonne: donne che andavano a cucinare nelle case nei momenti di festa, di celebrazione, preparando grandi quantità di cibo nei giardini o nelle cucine di famiglia. Non si chiamava chef a domicilio, ma lo spirito era lo stesso: prendersi cura delle persone attraverso il cibo.

Oggi questa tradizione sta tornando in chiave moderna, attraverso la figura del personal chef, con una cucina più curata e contemporanea, ma con la stessa anima conviviale e familiare.

È un segnale molto positivo, perché in un mondo sempre più individualista si sente il bisogno di tornare a condividere momenti autentici con familiari, parenti e amici, in un luogo intimo come la propria casa. Il personal chef risponde perfettamente a questa esigenza, portando la ristorazione privata nelle abitazioni e creando atmosfere calde, accoglienti e memorabili.

Credo che questa figura sarà sempre più richiesta, ma anche sempre più specializzata. Le aspettative dei clienti stanno diventando più precise e consapevoli, e per questo il personal chef dovrà continuare ad aggiornarsi, formarsi e professionalizzarsi, unendo competenze tecniche, sensibilità umana e capacità di creare esperienze su misura.

Qual è il tuo sogno professionale che ancora non hai realizzato?

Il mio sogno professionale è riuscire a raggiungere più persone possibile per condividere non solo la mia cucina, ma tutto ciò che essa rappresenta: forza, rinascita e connessione umana.

Ho un carattere naturalmente portato alla comunicazione e alla condivisione, e sento che, oltre alla cucina, questo è uno degli aspetti più autentici di me. Condividere esperienze, emozioni e ciò che ho imparato lungo il mio percorso è per me fondamentale.

Mi piacerebbe far arrivare il mio messaggio attraverso il racconto e la parola, in forme diverse: che sia uno show televisivo, una trasmissione radiofonica, un’intervista, un libro o una rivista.

Non solo per insegnare tecniche di cucina o trasmettere il piacere di cucinare, ma anche per raccontare storie vere, vissute. Credo profondamente che una passione possa trasformarsi in un lavoro e che, a volte, questo passaggio possa diventare una vera salvezza dell’anima.

Un lavoro che nasce da una passione può aiutare a uscire dalla depressione, dalla tristezza, dal perdersi, persino dalla perdita della propria identità. Io l’ho vissuto sulla mia pelle.

Questo è il messaggio principale che vorrei trasmettere attraverso le mie esperienze di vita e lavorative: dimostrare che anche da percorsi difficili può nascere qualcosa di luminoso, e che inseguire ciò che si ama può diventare una forza capace di rimettere insieme i pezzi e dare un senso profondo alla propria vita.

Se potessi cucinare per una persona famosa, chi sceglieresti e quale piatto le prepareresti?

Sceglierei una persona che non c’è più, ma che rappresenta profondamente il mio passato, la mia famiglia e il mio Paese: Ayrton Senna.

Lo sceglierei per le rare domeniche felici della mia infanzia, trascorse a casa di mia nonna paterna, guardando le sue corse in televisione con mio padre e i suoi fratelli. In quei momenti esistevano sorrisi, unione e una sensazione di famiglia che porto ancora nel cuore.

Per lui cucinerei un piatto italiano che in Brasile è considerato un vero piatto della domenica e di festa: le tagliatelle al ragù alla bolognese. Ovviamente, nella realtà in cui sono cresciuta io, questo piatto non esisteva: spesso non c’era nemmeno la pasta asciutta. Ma proprio per questo ha un valore ancora più profondo.

Durante la mia adolescenza, prima di arrivare in Italia, mi è capitato alcune volte di essere invitata a pranzo da vicini, educatori o persone degli istituti in cui sono cresciuta. È lì che ho scoperto che la cucina italiana rappresentava un momento di festa, di condivisione, di gioia. Ricordo i sorrisi di tanti bambini in difficoltà come me, seduti intorno a un tavolo, finalmente sereni.

Questo piatto mi riporta a quei momenti e racchiude per me un significato enorme: festa, gioia, accoglienza. Forse è anche per questo che oggi mi sento profondamente fortunata a essere una chef italiana e così innamorata di questa cucina meravigliosa, che per me ha sempre rappresentato luce e speranza. È stata anche una delle ispirazioni che mi ha spinta a diventare una personal chef.

Questo racconto lo avrei condiviso volentieri cucinando e sorridendo insieme ad Ayrton Senna, una persona che, anche solo pensandola, mi trasmette serenità e gioia. Un uomo che amava stare in mezzo alle persone e che, da ciò che ho scoperto nel tempo, era realmente una persona straordinaria.

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