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Nello Gatti. L’ambasciatore del vino racconta un paese intero

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Professionista eclettico, narratore instancabile e ponte tra territori, generazioni e comparti, Nello Gatti è uno di quei comunicatori che non si limitano a descrivere il vino: lo vivono, lo traducono, lo restituiscono alle persone in forme nuove e accessibili. Dall’Irpinia all’Emilia, passando per l’Europa, è riuscito a farsi portavoce di una visione inclusiva e moderna della cultura enogastronomica, guadagnandosi con il tempo un soprannome che è diventato simbolo del suo impegno: “L’Ambasciatore”.

Lo abbiamo intervistato per farci raccontare, con il suo stile inconfondibile, la sua storia, la sua visione del mondo del vino, e le sfide che attendono chi vuole avvicinarsi oggi a questo universo.

Il soprannome “Ambasciatore” ti definisce a fondo: ci racconti il primo momento in cui hai capito di rappresentare con passione la cultura del vino?
La passione molto spesso non basta, per quanto sia una delle principali motivazioni che ci spinge a perseguire strade anche in maniera irrazionale. Nel vino ho ritrovato vari elementi che mi affascinano e quindi amo approfondire, dalla storia ai viaggi, dalla società alla ristorazione, dalla geopolitica alla comunicazione. Come spesso ribadisco, non provengo da alcuna generazione di viticoltori e quindi il mio primo approccio alla materia è avvenuto in età più adulta, quando per esigenze lavorative, mi sono ritrovato a pagarmi gli studi affiancando un agente di commercio. Un inizio dal basso insomma, ma che mi ha permesso di comprendere l’importanza della “gavetta” e progressivamente posizionarmi come interlocutore tra domanda e offerta, stimolando così il desiderio di voler contribuire in maniera attiva. Negli anni sono arrivate molte porte chiuse in faccia, critiche, incomprensioni e anche qualche cattiveria, ma sono di gran lunga inferiori agli obiettivi maturati e raggiunti nel corso di questi 15 anni e ad ogni modo propedeutici verso un tipo di carriera che mi sono voluto costruire, dove non si guardano orari, weekend, stereotipi e stabilità, ma si cerca di tracciare una strada fatta di impegno collettivo, ascolto trasversale e lavoro sul campo insieme a giovani e non, esperti e semplici appassionati, produttori e consumatori, facendo sistema. Negli ultimi anni poi, ho compreso che forse proprio questo mio approccio “democratico” e multidisciplinare mi ha permesso di differenziare forma, sostanza e pubblico della mia comunicazione nel mondo del vino, permettendomi di lavorare tra ristorazione e Istituzioni, commercio e turismo, sala e cantina. Insomma, “L’Ambasciatore” è un nomignolo inciso affettuosamente nella mia mente, un senso di devozione verso un mentore che mi ha aiutato a credere in me stesso e che mi chiamava così, ma resto per tutti un cittadino del mondo del vino.

Hai vissuto in Austria, Spagna, Regno Unito, Francia e Albania: com’è cambiata la tua visione del cibo e del vino grazie a queste esperienze all’estero?

Se si affronta con la dovuta apertura mentale ogni viaggio, residenza o esperienza lavorativa all’estero può aggiungere un pezzettino al tuo bagaglio di conoscenza diventando sempre più consapevole del tuo ruolo nel mondo. Se poi sei capace di metabolizzare le informazioni e dare un senso logico globale, la tua percezione acquisirà diverse prospettive utili: dall’Italia verso l’estero e viceversa. Ci si accorgerà col passare degli anni e dei viaggi che alcune logiche si ripetono, mentre alcune drammatiche realtà, come i prodotti “italian sounding” e la vendita sottoprezzo di Made in Italy sono ahimè quanto mai presenti in ogni Paese del mondo. Ecco perché occorre un impegno “Dual Flag”, come fu concepito dal grande Enrico Mattei, non solo per sviluppare le relazioni commerciali, ma anche culturali e di collaborazione. A volte il “nemico” è molto più vicino di quanto possiamo pensare, e se all’estero siamo inorriditi dalla carbonara con la panna, pizza con l’ananas e vini/prodotti agroalimentari con nomi di fantasia a prezzi ridicoli, pensiamo alle colpe di ognuno, noi compresi. Non è solo questione di prodotto e prezzo, ma anche di comunicazione e strategia commerciale, dove il valore e il nesso culturale sono elementi fondamentali per poter calibrare il proprio posizionamento.

Qual è la tua massima personale quando si tratta di gustare la vita attraverso un calice?
Ne abbiamo abbastanza di recensioni che analizzano attraverso i 3 step della degustazione una sequenza copia-incolla che stigmatizza uno scenario ben più variegato e dalla più ampia fruizione. Punteggi, classifiche e degustazioni tecniche sono un esercizio necessario e fondamentale per entrare in carreggiata, ma poi bisogna percorrere una strada ben diversa che non si limita a narrare la presenza di tannini vellutati o sentori floreali. Ecco perché mi piace comporre descrizioni che assomigliano al testo di una canzone, o inserire correnti artistiche, musicali, cinematografiche all’interno del racconto.
Vi siete mai chiesti se un cliente ordina una bottiglia per le sue note di vaniglia o peperone verde? Se le persone al supermercato hanno tempo e voglia per comprendere le nostre oltre 300 DOC? Se nella ristorazione il personale è stimolato dalla conoscenza e dalla vendita del vino? Ecco, sono queste le domande a cui mi piace dare risposta, senza retorica né tantomeno liquidare tutto come una conseguenza del crollo dei consumi o allontanamento delle nuove generazioni, perché al tavolo della condivisione c’è spazio per ogni tipo di conoscenza, dove ognuno può intervenire a supporto della filiera. Il vino non appartiene solamente ai produttori o ai sommelier: uno per tutti, tutti per uno.

La sincerità e l’ascolto sono per te fondamentali: come traspaiono queste qualità nella tua quotidianità, tra eventi, degustazioni e racconti?
Il ruolo del comunicatore non è ancora ben compreso né tantomeno identificato con una propria disciplina in Italia. Come in altri settori, penso ai cuochi o ai fotografi, ci si può auto-dichiarare tali con poco. Basta uno smartphone, un profilo su Instagram e via, nascono account con l’obiettivo di “condividere il fantastico mondo del vino” ma che molto spesso si limitano a un mero esibizionismo che non apporta alcun tipo di novità, narrazione, interazione o critica a favore del comparto. Ecco perché l’ascolto deve essere il nostro pilastro: perché una cantina o un consorzio si affida a un comunicatore per migliorare processi, immagine, vendite. Così come un ristorante punta a migliorare il posizionamento, l’affluenza e lo scontrino medio. Occorre professionalità, visione d’insieme e gestione a medio-lungo termine. Diffidate da chi promuove un prodotto che non conosce, da chi dispensa consigli su professioni che non ha mai svolto. Lasciate stare i follower e l’engagement e seguite chi vi migliora, chi vi accoglie e chi vi ascolta.

Sei originario di Avellino e cresciuto nella Food Valley: che influenza hanno avuto questi luoghi sulla tua identità di comunicatore? 

Sono figlio di una tipica storia all’italiana, fatta di emigranti e di territori colmi di “orgoglio e pregiudizio”. L’Emilia è stata la fortuna di mio padre, in tempi in cui la manifattura e il commercio erano il riscatto di tutte quelle persone che da emarginate sono diventate “tessuto produttivo” della regione ospitante. Le mie origini invece risiedono in quel triangolo di Mezzogiorno che vede sulla carta 3 DOCG, un devastante terremoto alle spalle e sul piano demografico una lenta ma incessante agonia. Ho avuto la fortuna di lavorare per cantine di entrambi i territori e devo ahimè confermare quanto di più banale si può enunciare sui luoghi comuni Nord vs Sud in quanto è proprio vero, al nord sanno fanno sistema mentre il Sud è nella maggior parte dei casi un mosaico di iniziative private in continua lotta col vicinato. Un esempio su tutti? Ricordo quando, in qualità di Export Manager presso una Cantina di Lambrusco nel modenese, avevamo trovato un accordo di filiera dove ci eravamo “associati” tra produttori di Aceto Balsamico, di Parmigiano Reggiano e Prosciutto di Parma in funzione fieristica e poi commerciale, mentre negli anni di lavoro presso una cantina irpina mi era stato vietato anche la semplice visita presso altre cantine del territorio, così come notavo che le operazioni territoriali, consortili e tra aziende, erano nel caso del sud principalmente rivolte alla mera fruizione del finanziamento mentre notavo che altri territori, molto spesso localizzati al nord, dirigevano massicce operazioni che poi negli anni hanno dato i propri frutti. Ovviamente con ciò non voglio generalizzare, ma sottolineare quanto potenziale sprechiamo nelle nostre guerre di vicinato e l’assenza di distretti virtuosi dove il territorio si pone come sistema, anziché nemico di sé stesso. Sarebbe un ottimo esercizio ricordare che, specie in tempi in cui la globalizzazione dei mercati e l’interconnessione di filiera sono elementi imprescindibili, l’unione fa la forza. Basta invidie, comparazioni o sindromi di impotenza: ogni territorio deve affrontare le proprie sfide. In Campania non vedo l’ora di poter contribuire a una sua più ampia e moderna visione, ma devo tristemente ricordare che nel corso degli ultimi mesi sono stato contattato 3 volte: 2 volte per una proposta a budget 0, mentre l’ultima non è andata in porto perché, presi dai festeggiamenti per lo scudetti del Napoli, i committenti non hanno avuto il tempo di poter organizzare al meglio l’incoming.

Hai ricevuto premi come il Gourmand Mondo di Cultura Enogastronomica, Excellence, Porthos, Vinitaly 5 Star Wines e molti altri. Qual è il riconoscimento che ti ha emozionato di più e perché?

Non sono un collezionista di premi, e non amo definirmi in base ad essi, ma è ovvio che siano una dimostrazione di apprezzamento nei miei confronti e nei confronti del lavoro svolto in questi anni. Il più significativo è sicuramente il “Premio Speciale Cultura del Vino” ricevuto in occasione della presentazione della guida “5 Star Wines” del Vinitaly di Verona, insieme a Daniele Cernilli e Doctor Wine. Un riconoscimento che giunge a sorpresa e a distanza di 10 anni dalla mia prima partecipazione proprio al Vinitaly, dove affiggevo manifesti e spillavo vino per i visitatori. Un segnale che mi fa capire come nessuno possa realmente sapere cosa ti aspetta nel futuro e come anche una piccola esperienza possa portare ad un grande traguardo.

Guardando avanti: qual è la tua missione personale oggi nel mondo del vino?
Sento di avere una grande responsabilità, e cioè quella di mettere in relazione generazioni e comparti attraverso il linguaggio del vino. Mi piace occuparmi di formazione e progettualità, perché sono consapevole che c’è bisogno di profili ibridi, multipli, in grado di interfacciarsi con vari attori della filiera. Questo non vuol dire “fare tutto”, ma saper indirizzare e tradurre i concetti, in modo che possano essere compresi, apprezzati e divulgati. Il vino deve uscire dalla nicchia e diventare nuovamente popolare. Con umiltà, educazione e senso critico. Perché comunicare non è parlare: è ascoltare.

Ci racconti un abbinamento cibo-vino?
Anche lì, le migliori sorprese si hanno quando si esce fuori dagli schemi e temo che alcune tabelle abbiano irrigidito l’ampliarsi e il dinamismo di questa bellissima esperienza che lega il cibo al vino e non solo. Certo, molti abbinamenti nascono con un forte nesso territoriale, ed è assolutamente utile e necessario andare a riscoprire ricette e vini locali, ma poi non bisogna fermarsi, altrimenti rischiamo il quanto mai generico quanto banale “da abbinare a salumi e formaggi” inciso nei retro-etichetta. Le cucine si sono evolute, gli ingredienti sono mutati, le contaminazioni hanno dato vita a una ben più ampia profondità di offerta e noi in Italia pensiamo ancora di incuriosire qualcuno con i nostri passiti sotto l’elenco dei “dessert wine”? Ho chiesto proprio questo in apertura durante uno dei miei ultimi Wine Lab, dove il Moscato passito era al centro dell’esperienza ma a mio avviso limitato nell’impiego proprio perchè incasellato in queste categorie che lo vede “da abbinare ai dolci”. Che poi, quante persone ordinano appositamente un calice di vino dolce per poterlo abbinare al dessert? Quante persone fanno realmente attenzione al dosaggio quando comprano una bottiglia durante i propri festeggiamenti? Ecco, per queste e altre logiche motivazioni, sono sicuramente d’accordo sugli abbinamenti da eseguire in funzione dell’esperienza enogastronomica, ma non escludo azzardi, esperimenti e qualche nota spigolosa da concedersi di tanto in tanto. L’obiettivo non è raggiungere la perfezione, ma il piacere… e penso che ognuno debba trovare il suo!

Le tue ispirazioni extra-vino: ci sono libri, artisti o esperienze fuori dalla cucina che influenzano il tuo storytelling?
Assolutamente sì. Se pensiamo che il vino sia fatto solo da persone che il vino lo producono, infatti, ci sbagliamo di grosso. Certo, tante persone hanno contribuito alla mia crescita professionale e quotidianamente diversi produttori aggiungono un tassello di conoscenza in più al mio percorso, ma non posso dimenticare chi, non prettamente legato a questo settore, continua a regalarmi grandi gratificazioni umane e professionali. In primis Roberto Costa, una personalità che non ha mai smesso di tendere la mano in aiuto o in soccorso ai colleghi e a un intero comparto, quello dell’hospitality (a maggior ragione per lui che vive in UK), particolarmente sofferente in questo periodo, e poi il trio di ristoratori Marco, Nicola, Michele del locale Hydra di Salerno, un vero e proprio tempio del piacere dove amo confrontarmi, riflettere, ascoltare. Nutro anche una forte stima per alcuni colleghi, tra cui Giacomo Solimene, Andrea Zigrossi e Francesco Fantinel, come sono affascinato da alcune penne che scrivono di enogastronomia e non. Su tutti, tra le mie principali fonti di ispirazione, c’è sicuramente Alessandro Barbero. Sogno di poter raccontare il mondo del vino con la sua piacevolezza, la sua auto-ironia brillante e intelligente, aprendo a un vasto pubblico il piacere del viaggio e della scoperta. Infine, non posso dimenticare il Prof. Franco Ferrarotti, una persona che tanti anni fa mi ha enormemente aiutato nella comprensione di un argomento a me molto caro: il modello imprenditoriale di Adriano Olivetti. Ci eravamo sentiti proprio un anno fa, mentre gli comunicavo che a distanza di 10 anni sarei tornato in Canavese presso le Officine H dell’Olivetti in qualità di Direttore Artistico per una manifestazione legata al vino. Poi dopo qualche mese ci ha lasciati, ma conserverò per sempre il suo bel ricordo cercando di restituire quanto di buono ricevuto verso lo stesso territorio.

Cosa dovrebbe cercare una persona che vuole avvicinarsi al vino in modo autentico e contemporaneo? 

C’è bisogno di coraggio, di individuare strade nuove, di competenze e di “sporcarsi le mani”. Nulla di nuovo insomma. Sono nate nuove funzioni e i processi sono molto più complessi tra produttore e consumatore, così sono nate anche nuove specializzazioni. Pensiamo alle nuove opportunità legate all’user experience, all’enoturismo, ai gestionali e ai processi legati al CRM. Esistono nuove forme di comunicazione e di vendita, così come i locali, le enoteche e le cantine non sono più semplici luoghi di produzione o vendita diretta, ma location adatte a nuove forme di utenza, dal wedding al segmento corporate. Abbiamo anche la fortuna di disporre di strumenti che ci aiutano a velocizzare ed organizzare i processi, ma non dobbiamo dimenticare l’importanza del pensiero critico, dell’analisi e della creatività di ognuno. Sogno una nuova generazione capace di rovesciare questa lunga stagnazione in cui divise, canoni obsoleti, clichè hanno dominato ma anche condannato un mondo del vino sempre più lontano dal suo tempo, nell’augurio di possa tornare a quel grado di convivenza delle vecchie generazioni, con piena consapevolezza degli strumenti e pensiero moderno. Insomma, piuttosto che dispensare buoni consigli ai giovani, vorrei vederli in azione. Lasciamoli fare.

Nello Gatti ci ha ricordato che la cultura del vino è un tessuto vivo, fatto di scambi, rispetto, visione e relazione. In un’epoca in cui è facile confondere visibilità con autorevolezza, la sua voce si distingue per coerenza e profondità. Per chi lo incontra — online, a un evento o tra le pagine di una guida — il suo contributo lascia sempre un’impronta: quella di un ambasciatore che ama ciò che racconta e racconta ciò che ama, senza filtri ma con cuore.

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