Ci sono storie che iniziano con una partenza. E altre che fanno un viaggio al contrario. Questa storia parte da un ritorno necessario, quasi inevitabile, che ha trasformato una crisi esistenziale in un progetto gastronomico capace di raccontare la Sicilia con una voce nuova, profonda, contemporanea.
Da Milano, dove esercitava la professione di avvocato, alla propria terra. Dal diritto alla cucina. Dal rumore della metropoli al silenzio delle campagne di famiglia. “Me Cumpari Turiddu” non è soltanto un ristorante: è un racconto identitario, è il viaggio simbolico di chi, come Roberta Capizzi, proprietaria del ristorante Mè Cumpari Turiddu a Catania, decide di cambiare strada e torna “a casa” con il ricettario della nonna sotto braccio e uno sguardo arricchito dal mondo.
In questa narrazione c’è l’isola più autentica, quella dei piccoli produttori, dei Presìdi di Slow Food, della biodiversità fragile e preziosa. Ma c’è anche l’idea che la tradizione non sia una teca di vetro: sia materia viva, capace di dialogare con ciò che si è visto, studiato, assaggiato altrove.
Dietro questo sogno c’è un progetto costruito grazie alla fiducia del padre Eduardo Capizzi, che ha creduto fin dall’inizio in questa avventura, sostenendola quando era soltanto un’intuizione fragile ma potente. Un progetto accolto e condiviso dallo chef Gianluca Leocata, dal sommelier Giovanni La Rosa e da una squadra che ogni giorno dà vita alla stessa visione. Non a caso, quando Roberta racconta la sua storia e quella del suo ristorante, usa sempre il “noi”, perché per lei è grazie al lavoro corale di tutta la squadra di sala e cucina che si riesce a trasformare ogni giorno la sua visione in realtà. A loro va la sua più profonda gratitudine, così come al suo mentore, il papà Eduardo.
Oggi “Me Cumpari Turiddu” intreccia radici e innovazione. Il menu diventa un racconto: metà dei piatti proviene dalla tradizione familiare, l’altra metà nasce dall’incontro con culture e sapori lontani, reinterpretati in chiave siciliana. Non sorprende, dunque, trovare tra le proposte rivisitazioni di piatti internazionali o di altre regioni, come una Sacher reinterpretata con la marmellata di arance di propria produzione o uno stracotto di asino ragusano che prende ispirazione da una ricetta veneta, ma viene raccontato con l’anima della Sicilia.
Così il ristorante diventa più di un luogo dove mangiare: è un viaggio sensoriale e culturale, dove ogni piatto porta con sé memorie, territori e storie lontane, tutte filtrate attraverso l’amore e la passione per la propria terra.
Abbiamo incontrato Roberta Capizzi, l’anima di “Me Cumpari Turiddu”, per farci raccontare come nasce un ritorno che profuma di agrumi, di melanzane d’estate e di memoria.
“Nasce da una crisi, ma di quelle fertili — inizia a raccontare — Facevo l’avvocato a Milano e mi sono resa conto che non era la mia strada. Sentivo forte il desiderio di tornare a casa”.
Quel ritorno non voleva essere soltanto personale, ma simbolico. L’idea è stata quella di raccontare la storia di un siciliano emigrato che decide di rientrare nella propria terra per riscoprirne le radici. Una storia che appartiene a tanti isolani, costretti ad andare via con la speranza di un futuro migliore. “Turiddu” torna con un ricettario di famiglia e con una visione nuova maturata viaggiando. E la cucina diventa il punto d’incontro tra memoria e contaminazione, tra ciò che è stato e ciò che può diventare.

Il vostro è un progetto di filiera corta. Cosa significa concretamente?
Significa eliminare ogni intermediazione. La selezione dei produttori è diretta, personale, frutto di viaggi continui in tutta la Sicilia, di visite nei mercatini locali. Oggi collaboriamo con oltre settanta piccoli artigiani del gusto. Per noi è fondamentale il volto umano del cibo. Conoscere chi produce significa conoscere anche la storia, le tecniche, i segreti di abbinamento.
Per questo tra i nostri ingredienti speciali, un’attenzione particolare va ai Presìdi Slow Food. Questi progetti, promossi da Slow Food, tutelano prodotti, cultivar o razze che rischiano l’estinzione, frutto di produzioni artigianali che custodiscono così la biodiversità del territorio. Dal miele di Ape Nera Sicula al suino nero dei Nebrodi, dai formaggi di capra Girgentana fino a varietà orticole rare, la scelta è culturale prima ancora che gastronomica. Ogni ingrediente racconta identità. La stagionalità è il cardine di tutto. La famiglia ha rimesso in produzione la campagna di Moasi, in contrada Acquaficara, vicino Barcellona Pozzo di Gotto. Oggi l’orto fornisce direttamente il ristorante, seguendo rigorosamente il ciclo naturale delle stagioni.
“La stagionalità è rispetto, è salubrità, è qualità massima del prodotto» — spiega Roberta. Anche la celebre pasta alla Norma, resa iconica dalla preparazione per Stanley Tucci nel documentario della CNN sulla cucina italiana: ”Searching for Italy”, viene proposta solo quando le melanzane dell’orto sono disponibili. Nonostante sia richiesta tutto l’anno. È una scelta coerente, anche quando comporta rinunce economiche.
Che messaggio volete trasmettere attraverso la vostra cucina?
Che la cucina può essere economia circolare, tutela del territorio e orgoglio identitario. Scegliere materie prime autoctone significa sostenere piccole aziende locali e preservare biodiversità e saperi. Non è solo una questione di gusto. È una responsabilità culturale.
Qual è il piatto simbolo del ristorante?
In realtà sono più di uno… Gli “Spaghetti alla Turiddu” sono il manifesto del progetto, perché raccontano anche il nostro modo di rivedere la tradizione. Nascono dal mix di due ricette classiche della cucina siciliana: la pasta alla Catanese e la pasta all’Eoliana. La pasta alla Catanese ha come protagonista la Masculina da magghia, ovvero le alici del Golfo di Catania. Anche questo un Presidio Slow Food, che tutela una tecnica di pesca antichissima che viene narrata da Omero, attraverso l’utilizzo di una rete molto piccola, non più alta di un centimetro. E la pasta alla catanese rende omaggio a questa tradizione, quindi, alici e mollica atturrata, a cui noi aggiungiamo gli ingredienti dell’Eoliana: pomodorini, capperi di Salina e olive nocellara dell’Etna. La fusione di questi due piatti rappresenta anche il nostro modo di raccontare la tradizione con un aspetto di innovazione, ma anche di memoria e rispetto per le nostre radici.
Accanto a questo piatto, iconico è il nostro couscous dolce ispirato alla ricetta originale delle monache di clausura del convento di Santo Spirito di Agrigento: preparazioni che ci hanno consacrato tra i BIB GOURMAND della guida Michelin da ben tredici anni.
Una menzione a sé merita da ultimo sicuramente la pasta alla Norma, che rappresenta l’anima più identitaria del locale. Ha stregato Stanley Tucci che la inserisce anche nella sua personale classifica dei sei migliori piatti d’Italia assaggiati nel documentario della CNN. Per noi è un grande onore rappresentare la cucina siciliana all’estero, e da ultimo anche in Cina. Il nostro Turiddu infatti è stato di recente protagonista anche del programma cinese “WOW! THE WORLD”, un reality di viaggi prodotto da Tencent. Il programma racconta il viaggio di 8 celebrità cinesi alla scoperta del mondo attraverso paesaggi e sapori di culture culinarie diverse. La nostra cucina è la finestra aperta sulla tradizione culinaria siciliana.
Anche l’atmosfera racconta una storia?
Assolutamente sì. Il ristorante è stato progettato per evocare un ritorno a casa, ma con uno sguardo aperto al mondo. All’ingresso si respira un’aria da bistrot contemporaneo con cocktail bar e putìa, dove poter acquistare gli stessi prodotti che si assaggiano nel piatto. Più avanti, la sala richiama i pranzi domenicali delle nonne siciliane, con centrini fatti a mano che diventano mise en place e drappeggi ricamati delle nostre volte. L’experience deve essere totale. Il bello amplifica il buono.
Quali sono i sogni futuri?
Ampliare la produzione dell’orto, arrivare alla produzione di un olio completamente nostro, che affianchi quella già esistente di marmellate di agrumi e confetture di cipolla e pomodori. Rafforzare il cocktail bar per raccontare anche l’anima americana di Turiddu. Sempre mantenendo l’equilibrio tra radici e innovazione, memoria e futuro.
“Me Cumpari Turiddu” è molto più di un ristorante. È la dimostrazione che si può partire, crescere altrove e tornare diversi. E che, a volte, il futuro più autentico nasce proprio da un ritorno consapevole, dal coraggio di ascoltare il richiamo delle proprie radici.
In fondo, “Me Cumpari Turiddu” racconta che ogni ritorno può diventare un inizio. Che la memoria, i sapori della terra e la dedizione delle persone giuste – dalla squadra al padre che ha creduto in un sogno fragile ma potente – possono trasformare una scelta personale in un patrimonio collettivo. Qui, tra le stagioni dell’orto, i presidi Slow Food e i piatti che parlano di radici e di viaggi, la Sicilia non è solo un luogo: è un tempo da assaporare, un futuro da custodire, una storia che continua a scriversi a tavola.









