A che punto siamo con Lovemarker, il progetto che vuole digitalizzare la ristorazione italiana

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La ristorazione italiana ha digitalizzato quasi tutto, tranne se stessa. Negli ultimi dieci anni sono arrivati i gestionali, i software di prenotazione, le piattaforme di delivery, i sistemi di pagamento evoluti. Strumenti utili, ognuno efficace nel proprio perimetro, che però raramente comunicano tra loro. Il risultato è un settore pieno di tecnologia e povero di infrastruttura: i dati esistono, ma restano chiusi dentro silos che non permettono confronti, valutazioni o decisioni di investimento informate.

È in questo vuoto che si posiziona Lovemarker, il progetto annunciato l’anno scorso da Simone Ciaruffoli, imprenditore noto per aver fondato Burgez e per uno stile di comunicazione che ha fatto scuola nel food italiano. Siamo stati tra i primi a darne notizia, con una lunga intervista all’interessato. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: accompagnare la ristorazione nel passaggio dall’offline all’online costruendo un ecosistema in cui i brand diventino più visibili, più misurabili e più accessibili a imprenditori, investitori e partner.

Una vetrina, ma anche un mercato

Nella descrizione che ne dà l’azienda, Lovemarker funziona su due lati. Da una parte è una vetrina digitale dove i marchi della ristorazione possono raccontare la propria storia e mettere in evidenza le proprie performance. Dall’altra è uno spazio dove investitori e operatori possono individuare occasioni di investimento, acquisizione, franchising e sviluppo. Il modello di business è quello del venture builder.

È la logica del marketplace applicata a un settore che finora ne è rimasto privo. Chi ha provato a valutare un’insegna della ristorazione italiana per un’operazione di M&A o di franchising conosce il problema: i numeri arrivano frammentati, spesso autodichiarati, difficilmente confrontabili tra un’insegna e l’altra. Quell’opacità è un costo e ricade su entrambi i lati del tavolo.

I tre partner e cosa portano

Per costruire l’infrastruttura, Ciaruffoli ha scelto di non fare tutto in casa, ma di aggregare specialisti ciascuno con una funzione precisa.

MyButler è il pilastro informativo. Grazie all’integrazione con i gestionali dei ristoranti raccoglie dati operativi certificati e KPI aggiornati in tempo reale, costruendo una base informativa omogenea. Per i brand significa poter misurare le proprie performance e confrontarle con benchmark di mercato. Per gli investitori invece, significa disporre di una fotografia oggettiva delle realtà presenti nell’ecosistema, con l’effetto di ridurre l’incertezza nelle valutazioni.

Nexcomply porta la dimensione transazionale e la compliance normativa. Attraverso il protocollo proprietario Martello, dedicato alla gestione digitale di strumenti finanziari e operazioni di investimento, contribuirà a costruire un framework conforme e scalabile in grado di supportare raccolta di capitali, investimenti, acquisizioni e sviluppo dei brand della piattaforma. È la parte che trasforma una vetrina in un luogo dove le operazioni si chiudono davvero.

Upper Beast Side, guidata dallo stesso Ciaruffoli, specializzata nello sviluppo strategico dei marchi, lavorerà su identità, posizionamento e comunicazione delle aziende presenti sulla piattaforma. In altre parole: tradurre dati e risultati in valore di marca percepibile dal mercato, perché un buon EBITDA non racconta da solo perché un’insegna funziona.

Lovemarker ristorazione italiana
Simone Ciaruffoli al Podcast 1%

Dall’esperienza Burgez a un modello di settore

Il progetto nasce dichiaratamente dal tentativo di mettere a sistema l’esperienza imprenditoriale maturata con Burgez. La catena che, come rivendica il comunicato, ha portato lo smash burger in Italia prima che diventasse un fenomeno diffuso, continua ad esistere slegata dal suo creatore. L’idea di fondo è che quanto un singolo imprenditore ha imparato a fare su un marchio possa diventare infrastruttura per molti.

Restano da vedere i tempi e la portata effettiva. Sarà l’adozione da parte dei ristoratori a dire se l’ecosistema riuscirà a raggiungere la massa critica necessaria: una piattaforma di questo tipo vale in proporzione a quanti brand la popolano e i primi anni sono quelli che contano.

Se l’impianto reggerà, però, la scommessa è interessante anche al di là del singolo progetto. Significherebbe che il food italiano ha smesso di considerarsi un settore fatto di storie individuali e ha cominciato a trattarsi come un mercato: con dati confrontabili, regole di valutazione condivise e capitali che sanno dove guardare.

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