a cura di Giorgia Del Bianco
“Mandi” è una delle prime parole che senti appena entri in Friuli dal Veneto. E lì capisci subito una cosa: se non sei del posto, si nota. Non tanto per come parli, ma per quell’aria un po’ troppo rilassata. Qui la gente ha uno sguardo che sembra dire: tranquillo, abbiamo già visto di peggio.
La lingua friulana è proprio così: un mosaico. Ha raccolto influenze da chi è passato, da chi si è fermato e da chi ha deciso di restare. Per questo, in Friuli si parla come si mangia. E si mangia come si vive: mescolando, adattando, condividendo.
Un esempio perfetto? Il Tai di vin.
Quello che oggi chiamiamo “aperitivo”, qui esisteva già da tempo, quando non aveva ancora un nome alla moda. Era (ed è) un rito quotidiano: un bicchiere di vino, un po’ di prosciutto, magari formaggio, e due chiacchiere. O anche venti.
Alla domanda “Vino di lasasi come cjans?” (ne lasciamo così?) c’è una sola risposta: si finisce sempre con un altro giro.
La cucina friulana è così: semplice ma abbondante, essenziale ma generosa. Nasce da persone abituate a fare, costruire e ricostruire. Gente concreta, che rispetta la terra ma guarda le novità con un pizzico di diffidenza.
E poi c’è lo slang legato al cibo, che è quasi poesia.
In osteria puoi sentir dire “mangjâ e murî”: letteralmente “mangiare e morire”, per indicare qualcosa di talmente buono da sembrare l’ultima cena ideale.
Oppure “plen come une gubane”: pieno come una Gubana. E non serve spiegazione: chi la conosce sa che dopo averla mangiata, muoversi è difficile.
Anche le misure sono particolari.
Qui non si usano grammi o millilitri, ma parole come “un tic”, “un got”, “una valangade”, “une vore”. Non sono quantità precise: si percepiscono. Sono misure “a sentimento”. E funzionano sempre, soprattutto per chi le conosce. A volte un “tic” può diventare una “valangade”, specialmente dopo il secondo giro.
Anche il Tai ha la sua regola: un bicchiere di vino. Il contenitore può cambiare—calice, bicchiere, tazza—ma il concetto resta. E poi bisogna scegliere: bianco o rosso. Non è solo una preferenza, è quasi una presa di posizione. Un piccolo simbolo di identità.
In Friuli basta spostarsi di pochi chilometri e il dialetto cambia: accenti diversi, parole nuove, piccoli mondi vicini tra loro. Ma il Taiut resta.
Oggi il dialetto si usa meno, ma ci sono giovani che stanno cercando di recuperarlo. E questo fa ben sperare per il futuro della lingua.
Poi ci sono le sagre: un caos organizzato fatto di voci diverse, tavolate lunghe e bicchieri sempre pieni. Sono il vero punto d’incontro, dove il Friuli continua a raccontarsi.
Perché alcune tradizioni scompaiono,
altre nascono,
e poi ci sono quelle che restano.
Come il suono di un “mandi” detto bene.
E il sapore fresco del vino dell’osteria, che sa sempre un po’ di casa.








