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Il pane delle streghe. Il gusto segreto delle notti di San Giovanni nelle credenze emiliane

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Il “pane delle streghe” in Emilia non è un prodotto unico e univoco: può indicare diverse tipologie di pane o focacce secche, spesso cotte direttamente sulla pietra del forno, preparate con pochi ingredienti, farina, acqua, sale, a volte un filo d’olio o erbe aromatiche, ma la cui funzione travalica il nutrimento. Questo tipo di pane era legato a usanze protettive, rituali di passaggio e momenti liminali dell’anno contadino: dalla notte di San Giovanni (24 giugno), considerata magica, alla vigilia dell’Epifania, quando le streghe si pensava volassero nei cieli. Il nome stesso ha un’origine popolare: era il pane povero, fatto con gli avanzi o la prima infornata, che si dava ai bambini o agli animali, ma anche, secondo alcuni racconti raccolti in zona appenninica, per tenere lontane le streghe nella notte. Il forno, nella simbologia domestica, è sempre stato uno dei punti nevralgici della casa contadina. Lì si concentravano energia, fuoco, femminilità e trasformazione. Come ricorda l’antropologa Marina Montesano nel suo saggio “Streghe. Origini di un mito”, molte delle accuse di stregoneria tra ‘400 e ‘600 in Italia ruotavano attorno alle competenze culinarie e agli spazi domestici della donna: impastare il pane, usare erbe, gestire il fuoco erano azioni viste con ambivalenza, soprattutto se svolte da donne sole o fuori dalla norma sociale. In Emilia, si raccontava che alcune streghe si introducessero nei forni altrui per rubare la “forza” del pane. Il rito apotropaico di preparare una prima pagnotta “finta” o secca, da bruciare o lasciare fuori casa, serviva a distrarre o “sfamare” simbolicamente gli spiriti notturni.
Secondo la studiosa Claudia Baracchi, autrice di “Eros e filosofia”, il pane è, da sempre, archetipo di rigenerazione e di relazione tra umano e divino. Nei riti emiliani del solstizio estivo, accanto all’uso delle erbe di San Giovanni e all’acqua profumata lasciata alla luna, si preparava spesso un pane semplice, arricchito con erbe spontanee raccolte nei campi (rosmarino, maggiorana, finocchietto), e si offriva al fuoco o si spezzava in condivisione, come gesto di protezione e fecondità. Uno dei racconti più noti del parmense narra che, la notte di mezza estate, le streghe si aggirassero nei campi in cerca di grano ancora acerbo, da usare per impastare un pane “proibito”, che se mangiato da un umano lo avrebbe reso cieco o lo avrebbe fatto dimenticare il proprio nome. Questo pane, secondo le leggende, veniva lasciato su pietre lisce vicino ai boschi, dove le donne più anziane del villaggio si recavano per “disattivarlo” gettandolo in acqua o nel fuoco. Curiosamente, il “pane delle streghe” ha conosciuto anche una recente riscoperta gastronomica, svincolata dal contesto rituale ma ispirata dalla sua aura misteriosa. Alcuni panificatori artigianali emiliani propongono focacce sottili aromatizzate alle erbe come “pane delle streghe”, presentandole come omaggio alle antiche tradizioni.
In cucina, oggi si reinterpretano queste forme con farine integrali o di farro, erbe spontanee (come l’ortica o la ruta), e vengono presentate in contesti gourmet legati al “cibo rituale” o all’archeogastronomia. Non è raro che ristoranti etici o agriturismi emiliani ne facciano il proprio signature dish nei mesi di giugno o dicembre, in coincidenza con i momenti dell’anno più “magici”. Al di là dell’aneddoto o della narrazione folklorica, il pane delle streghe diventa metafora di un sapere femminile sepolto ma non scomparso. Come sottolinea Silvia Federici in “Calibano e la strega” (2004), le donne accusate di stregoneria nei secoli passati erano spesso custodi di un sapere agroalimentare, erboristico e riproduttivo, marginalizzato con l’avvento della medicina ufficiale e della religione patriarcale. Quel pane, fatto con poco, cotto in fretta, spezzato al tramonto, era anche una forma di resistenza: nutrire con ciò che si ha, difendersi con ciò che si conosce, proteggere la casa con ciò che si fa. Il “pane delle streghe” non è solo un cibo, ma un nodo simbolico che unisce fame, fede, paura, eredità, fuoco, segreti e sopravvivenza. Un cibo povero, ma ricco di significato. Mangiarlo oggi, consapevolmente, recuperandone la memoria, significa onorare la voce di chi, nei secoli, ha cucinato controvento, lasciando nei forni e nei racconti un impasto vivo di segreti, storie, desideri e libertà.

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