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Il vino: una storia talmente antica da inabissarsi fino alla leggenda.

Montagna è un piccolissimo paese della provincia di Bolzano e quando ci arrivi un po’ di fiaba profuma: da lì domini le montagne verdi dell’Alto Adige e, mentre il vento ti accarezza il viso, scorgi ovunque, sotto e attorno a te, filari e filari di viti ordinate. Tutto quel verde alleggerisce la mente e profuma di tradizione tramandata. Quando poi entri da Franz Haas, la leggenda diventa storia e le uve si trasformano magicamente in bottiglie.

Franz Haas non è solo una cantina, Franz Haas è un uomo, una famiglia che da sette generazioni produce vino, che da sette generazioni, anzi, nel vino mette una filosofia di vita.

I vini infatti non sono tutti uguali, i vini sono i figli dei padri che li hanno creati e Franz Haas VII è un padre attento e premuroso. Pare schivo, taciturno e riservato, ma quando gli chiedi di spiegare cosa c’è dietro un calice paglierino, ambrato o nero che sia, si fermerà a raccontarti come fa ad esplodere quella fragranza di rosa e lichis nel Gewürtztraminer, cosa è che gli conferisce il piacevole retrogusto di anice e cannella…

Staresti ad ascoltarlo per ore mentre ti narra cos’è che fa delle uve un nettare da tavola dai caratteri distintivi e peculiari. E sì, per gusto, io ho un debole per il Gewürtz, ma lui, invece, adora il pinot nero, perché “ogni vino buono è il mio preferito, ma il pinot nero ha un ventaglio di interpretazioni incredibili…”.

E così, mentre lui racconta, ti tuffi nel gioco di colori di queste uve, dal rosso rubino chiaro a quello intenso, a seconda delle annate; marasche e lamponi ti trasportano in un viaggio che ti porta fino al sottobosco, passando attraverso il marzapane e la marmellata di prugne. Il pinot ti conquista sì, e scopri che la magia, come a me piace chiamarla, è fatta di altitudini.

Perché Franz Haas è un uomo di tradizione certo, ma ha anche nell’animo lo spirito dell’innovazione e della sperimentazione, lo spirito, ancor più, di un uomo innamorato del vino e che ha scoperto che le alte quote donano alle uve caratteristiche uniche, sublimi. Per nulla pesa la fatica della “lotta” per migliorare le leggi vigenti che regolano le altitudini per gli impianti: il Pònkler, tredici anni di sperimentazione alle spalle, è il pinot frutto dell’ultima sfida, uve che crescono a oltre 900 metri di altitudine. Che non sarà poi l’ultima di sfida, no, Haas VII di strada ne vuole percorrere ancora tanta, perché per lui vino è sinonimo di vita.

Fino alla generazione di mio padre o di mio nonno, la tradizione dell’azienda vinicola si è tramandata più per obbligo aziendale. Perché una volta era così, non ci si faceva più di tanto patemi. Mio padre ha avuto una gioventù non molto bella: la solita storia di famiglia, le solite lacerazioni generazionali! Mio nonno era un personaggio umano, un uomo che fece di tutto per garantire la sopravvivenza del paese. Suo fratello invece era un arrogante prepotente; a suo tempo prese mio padre per la gola, lo mise al muro e cercò di scoraggiare la sua voglia, dissuaderlo dal suo desiderio di produrre vino.

Così a 17 anni mio padre, appoggiato dalla sorella maggiore, intentò un processo contro lo zio per salvaguardare i diritti dell’eredità del papà. Fu forse più per rabbia che decise di ‘mettersi nel vino’ e costruì questa cantina, facendo credere a tutti che fosse una stalla perché aveva paura dello zio. Ma un suo carissimo amico, un mediatore di vini, un giorno gli disse che lo sosteneva e che lo avrebbe aiutato a vendere il vino prodotto. Mio padre iniziò così, fidandosi di questo signore, ed è andata bene!

Io da bambino ho sempre collaborato in cantina, mi piaceva, ma poi ecco il conflitto generazionale: proprio non riuscivo ad andare d’accordo con papà! Lui era l’uomo dei numeri, dei calcoli, delle previsioni, il matematico, io no, io ero più sensitivo, io ero l’umano… tutte bugie… perché poi sono diventato peggio di lui! Incredibile!

Comunque, me ne andai di casa. Volevo studiare. Volevo diventare criminologo. La scuola era in Francia, ma per essere ammessi bisognava avere una laurea. Così mi iscrissi a economia e commercio, quando un giorno una notizia mi cambiò improvvisamente la vita: papà aveva ancora sei mesi di vita! Non ero capofamiglia e se rimanevo all’estero a studiare correvo il rischio di diventare disertore. Così tornai in Italia, feci il servizio militare e poi iniziai a studiare enologia. Nel frattempo mio padre conobbe un medico, chiamiamolo esoterico… beh mio padre è morto 4 anni fa! Sei mesi dopo aver iniziato la cura prescritta, del male nemmeno una traccia… Ma ormai avevo fatto un cambio forzato di percorso. Papà stava bene e non andavamo d’accordo di nuovo… Aprii un’azienda di mediazione Italia Germania fino a che nell’86 finalmente papà decise di lasciarmi fare.”

È in questo momento che mi sono davvero innamorato del vino. Oggi il mio hobby è il mio lavoro e il mio lavoro è il mio hobby e posso considerarmi un uomo privilegiato. Credo di aver avuto molta fortuna nella mia vita, ho conosciuto le persone giuste, ho trovato una moglie che sa fare tutto quello che io non so fare: lei è il grande personaggio dei rapporti umani, io non ne sono capace. Luisa, mia moglie, incolpa sempre il mio segno zodiacale. Io non ci credo molto ma lei ha sempre avuto problemi con tutti gli scorpioni che ha incontrato e forse ha ragione. Sa, io ho fatto l’allenatore e su 12 giocatori della squadra 7 erano scorpioni: non riuscivamo a vincere. Erano bravissimi, ma non vincevamo! La mia fortuna è che quando c’è qualcosa che non va, la prima domanda che mi faccio è dove è che sbaglio io. Non mi va di incolpare gli altri. Quella volta mi dissi: va bene vado dallo psicologo! Trovai una psicanalista, che alla terza seduta mi fece una domanda … beh quella domanda ha cambiato la mia vita. Da quel giorno in poi non abbiamo più perso partite per 5 anni…”.

Non sapremo mai quale fu quella domanda, quello che sappiamo è che Franz Haas ha vinto, e non solo le partite della squadra che allenava. A lui piacciono le sfide. “Forse è questo che mi tiene ancora giovane e pimpante” ride, mentre già pensa a quel vino perfetto che pretende da se stesso e non è ancora riuscito a produrre: “Ho un sogno da realizzare: quel vino che vorrei fare… Ogni anno c’è una partita che ci si avvicina molto, ma non è mai la stessa vigna o lo stesso tipo di lavorazione… cambiano ogni volta. Ci sono tanti parametri che non riesco ancora a mettere insieme, devo capire come abbinarli nella maniera giusta. Ma sono speranzoso; il mio medico mi ha detto che vivrò ben oltre i 100 anni, quindi ho ancora un po’ di prove da poter fare!”.

Eccolo l’uomo dei numeri, matematico proprio come suo padre! Ma la parte “sensitiva ed umana”, come lui la ha definita, è ciò che fa la differenza. Perché non c’è solo matematica dietro la personalità decisa del Pinot Grigio, né dietro la seduzione della carezza dolce speziata del Moscato Rosa, o della lusinga vellutata, profonda e intensa, del Lagrain… Per ottenere vini superbi (perché è questo che Haas vuole) servono scienza e calcolo, certo, ma l’amore, la passione e la determinazione, il carattere, danno al quadro le pennellate che donano luce e profondità. Ci vuole arte, quella che hai nel sangue, un amorevole genio creativo che anche i vestiti delle bottiglie Franz Haas e i nomi dei vini trasmettono.

Le etichette sono un regalo di fidanzamento di Luisa – racconta Franz Haas -. Riccardo Schweizer era un artista, un discepolo di Picasso, Chagal e Mirò; una sera a cena mia moglie gli chiese di disegnare qualche bozza di etichette. Lui tirò fuori i suoi colori e iniziò a dipingere sulla carta del menu del ristorante, che era nero lucido. In mezz’ora ne fece una cinquantina! Quando le vidi non ebbi il coraggio di usarle; vivevo nel terrore che uno potesse comprare una bottiglia solo per la bella etichetta, il mio orgoglio non lo avrebbe sopportato! Ma Luisa ci teneva molto e così le dedicai il Manna: la prima etichetta con un’opera di Schweizer e il cognome di Luisa. È un vino riuscito dopo 7 anni di prove. Volevo un prodotto che si potesse abbinare a tutte le portate di una cena, un vino versatile.

Poi c’è la linea Sofy, che ha il nome di mia figlia, Sofia. L’etichetta è un disegno che fece e che mi piacque moltissimo e il vino è dedicato a lei perché un giorno mi chiese di provare a fare un prodotto per i giovani, un vino ‘facile da bere’, ovvero con un profilo meno impegnativo.

Dopo è nato il Lepus, un nome creato per un motivo puramente commerciale. Non riuscivamo a incrementare le vendite del pinot bianco. Pensa e ripensa, ci rendemmo conto che tutti i pinot bianco dell’Alto Adige avevano un nome, dunque anche il nostro doveva averne uno. Che nome gli diamo? Sofia mi chiese come si dice coniglio in latino. Perché Haas nello stemma di famiglia ha un coniglio che suona la tromba, il cognome deriva dallo scandinavo dove la mia famiglia ha antiche origini e vuol dire coniglio, lepre. Lepus! Lo chiamiamo Lepus e le vendite aumentarono del 50% il primo anno.”

Questo un po’ mi fa arrabbiare! Il vino è sempre quello, con o senza nome! È sempre solo una questione di marketing. È avvilente!

Comunque, gli altri nomi poi sono semplicemente i nomi dei vini e le etichette sono sempre quelle disegnate da Schweizer”.

Lo lasciamo così, Franz Haas, con la sua rabbia per chi compra un vino solo per un nome o un’etichetta. Il sembrare burbero fa parte del suo “personaggio”, in fondo. Sorseggiamo un pinot nero, quello con note speziate di pepe e cuoio…

Mi è rimasto un dubbio: ma come sarà questo vino “perfetto” che sogna un giorno di produrre? Ma sì, meglio così, lo sapremo quando lo assaggeremo!

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