Federico Silvio Bellanca indaga passato, presente e futuro del turismo legato al mondo dei distillati. Lo fa con Spirits dei Luoghi, il primo libro italiano interamente dedicato allo SpiriTurismo, ovvero il turismo esperienziale legato al mondo dei distillati, della mixology e delle tradizioni liquoristiche.
Pubblicato per la collana Accadde Domani – FuTurismo curata da Nicoletta Polliotto per Dario Flaccovio Editore, il volume si propone come una vera e propria guida per chi vuole esplorare – o valorizzare – l’Italia del buon bere. Ma cosa significa fare turismo con gli spirits al centro? E soprattutto: l’Italia è pronta per diventare una destinazione di riferimento in questo settore? È proprio da questa domanda che nasce il libro, che con stile vivace e approccio multidisciplinare accompagna il lettore in un viaggio tra storia, territori, locali iconici e scenari futuri del turismo liquoristico.
Il volume si articola in tre sezioni principali – passato, presente e futuro – e combina rigore analitico, storytelling culturale e strumenti operativi. Dalla Whisky Trail scozzese ai distillati francesi, Bellanca analizza i modelli internazionali di successo per poi tornare in Italia e riscoprire l’anima profonda di un patrimonio fatto di amari storici, distillerie familiari, caffè letterari, cocktail leggendari e antiche abbazie.
La seconda parte si concentra sull’oggi: dalle visite in distilleria agli itinerari enoturistici che integrano esperienze sensoriali e storytelling. Si esplora il ruolo crescente della mixology negli hotel di alta gamma, l’identità delle città-cocktail (come Firenze per il Negroni o Venezia per lo Spritz) e le potenzialità turistiche ancora poco sfruttate di tanti territori italiani.
Nella sezione finale, lo sguardo si allunga verso il futuro. Bellanca propone itinerari tematici e proposte immersive, come degustazioni guidate e cocktail pairing, suggerendo strategie per trasformare i territori in destinazioni liquoristiche capaci di attrarre un pubblico trasversale e internazionale.
Pensato sia per chi lavora nel turismo e nella ristorazione – destination manager, bartender, produttori, albergatori – sia per chi viaggia per passione, il libro è uno strumento ricco e stimolante. Con uno stile brillante e accessibile, Spirits dei Luoghi riesce a parlare al settore e allo stesso tempo a ispirare il lettore curioso, quello che ama viaggiare alla scoperta del gusto e delle storie che si nascondono dietro ogni bicchiere.
Arricchito dalla prefazione di Ottavio Di Brizzi, direttore editoriale del Touring Club Italiano, e da una selezione di case history internazionali, il volume si candida a diventare un punto di riferimento per chi guarda al futuro del turismo enogastronomico con visione e creatività.
Da dove nasce la tua passione per il mondo degli spirits e quando hai capito che poteva diventare anche un percorso turistico?
La mia passione per il mondo degli spirits nasce da un mix di curiosità culturale e fascinazione per le storie che ogni bottiglia può raccontare. Ho avuto la fortuna di lavorare tra Italia e Francia nel settore Ho.Re.Ca., e questo mi ha permesso di entrare in contatto diretto con tradizioni locali, produttori, bartender e territori straordinari, dove il distillato non è solo un prodotto, ma un’espressione identitaria. Scrivendone per testate come Forbes, Gambero Rosso, Rolling Stone o Tgcom24, mi sono accorto di quanto questo universo potesse dialogare con altri mondi che racconto da tempo: i viaggi, l’arte, la cultura.
È stato un passaggio naturale iniziare a vedere gli spirits anche come chiave di lettura per un certo tipo di turismo, quello fatto di esperienze autentiche, di visite in distilleria, di caffè storici o di tradizioni immateriali. Raccontare tutto questo in libri, articoli o programmi TV mi ha confermato che c’è un pubblico sempre più interessato non solo al bere bene, ma anche a capire cosa c’è dietro: territori, persone, tecniche, storia. E questo, oggi, è un motore turistico potente.
Nel libro analizzi diversi modelli internazionali. Cosa può imparare l’Italia da realtà come la Whisky Trail scozzese o le distillerie francesi?
Per lavoro spesso vengo invitato a visitare distillerie in tutto il mondo, dalle Filippine al Brasile, dal Giappone al Messico, e presto mi sono reso conto che non solo erano luoghi straordinari da visitare, ma che intorno a essi era sorto un vero e proprio indotto turistico, capace di accogliere e gestire al meglio un pubblico di appassionati che proprio per questo veniva da tutto il mondo. Insomma, come dico dall’inizio del volume, lo spiriturismo già esiste: non bisogna inventarsi niente, è sufficiente strutturarsi per intercettarlo.
Quali sono, secondo te, i territori italiani con il maggiore potenziale (ancora inespresso) per sviluppare SpiriTurismo?
A livello di strutture, per motivi storici è il Nord Italia ad avere la maggior parte delle distillerie e molte di queste si sono già brillantemente attrezzate per accogliere i turisti, come ad esempio Poli a Bassano del Grappa. Ma il Sud sta recuperando velocissimamente, grazie ad aziende con una visione come ad esempio Lucano. Come caffè storici secondo me Firenze e Venezia restano punti di riferimento mondiali, mentre sulle tradizioni alcoliche ogni paese dello stivale ha la sua liquoristica da raccontare e da riscoprire.
Come si costruisce un’esperienza turistica attorno a un distillato o a un cocktail? Cosa fa davvero la differenza per il visitatore?
Un’esperienza turistica attorno a un distillato o a un cocktail si costruisce partendo da ciò che già esiste. Non si tratta di inventare un nuovo tipo di turismo, ma di valorizzare un patrimonio enorme che attira ogni giorno migliaia di visitatori, spesso inconsapevoli di far parte di un percorso potenzialmente strutturato. Pensiamo a chi si affaccia al bancone dell’Harry’s Bar di Venezia per ordinare un Montgomery Martini, come faceva Hemingway, o a chi sceglie un cocktail al carrello al The Westin Excelsior di Roma, dove è nato il Cardinale. Questi luoghi hanno già un potenziale narrativo e attrattivo fortissimo: serve solo organizzarli in chiave esperienziale.
Nel mio lavoro e nel libro cerco di proporre itinerari che tocchino le tre anime dello spiriturismo: quella produttiva, quella somministrativa e quella creativa. Sono dimensioni interconnesse, che si possono esplorare in verticale, ad esempio visitando più distillerie in una stessa regione, oppure in orizzontale, seguendo un tema. Un appassionato di Negroni potrebbe visitare il Museo Campari a Milano, il Museo del Vermouth a Torino e i caffè storici di Firenze dove nacque il cocktail: un viaggio che unisce cultura, gusto e racconto.
Ciò che fa davvero la differenza, però, è la capacità di rendere il visitatore parte attiva della storia: farlo entrare in un luogo iconico, raccontargli un aneddoto poco noto, offrirgli un assaggio consapevole. Quando un’esperienza riesce a toccare più sensi, e più livelli di significato, diventa memorabile.
Nel libro parli molto anche di mixology e ospitalità. In che modo hotel, bar e ristoranti possono diventare protagonisti di questo fenomeno?
Nel libro racconto come hotel, bar e ristoranti possano diventare protagonisti della mixology contemporanea perché rappresentano molto più che semplici luoghi di consumo: sono veri e propri hub culturali, in cui si intrecciano esperienze, memoria storica e creatività.
Prendiamo ad esempio il Dukes Hotel di Londra: non è solo il posto dove si beve un Martini, ma il luogo stesso in cui Ian Fleming ha trovato ispirazione per James Bond. Quel cocktail, in quel bar, racconta una storia che va oltre il bicchiere. Questa capacità di evocare immaginari potenti attraverso un drink è un elemento distintivo degli hotel bar iconici. All’American Bar del Savoy, figure come Ada Coleman, agli inizi del Novecento, già sfidavano i ruoli di genere creando drink immortali come l’Hanky Panky.
E potremmo proseguire all’infinito, citando il Bar Hemingway del Ritz Paris o il King Cole Bar di New York, dove nasce il Bloody Mary, ma anche il “nuovo mondo” dove oggi è da sottolineare la centralità dell’hotel come spazio di socialità che ha portato all’esplosione di una scena cocktail cosmopolita, come si vede chiaramente a Dubai, dove gli hotel sono spesso l’unico spazio possibile per esplorare la mixology contemporanea. Anche in questo caso l’Italia è già ricchissima di luoghi meravigliosi e (contrariamente a quello che molti pensano) estremamente accessibili anche a un pubblico generico. Spero che questo libro sia la spinta per scoprirli.
SpiriTurismo è anche cultura, storia e tradizione. Qual è la storia liquoristica italiana che ti ha più colpito scrivendo questo libro?
Per astenermi da una scelta qualitativa, mi limiterò a segnalare quella a cui sono più affezionato, ovvero la storia del Negroni, drink più bevuto al mondo, proveniente proprio dalla mia città.
Questo cocktail fu ideato dal conte Camillo Negroni, personaggio affascinante a metà tra la Toscana e l’Inghilterra, dalla vita movimentata.
Per inseguire l’amore, fuggì in America, dove visse come cowboy e aprì una scuola di scherma a New York, prima di tornare a Firenze. All’epoca, tra l’aristocrazia era comune bere vermouth mescolato all’amaro milanese inventato da Campari. Il conte convinse Fosco Scarselli, barman del Caffè Casoni che frequentava abitualmente, ad aggiungere al mix un tocco di gin inglese: nacque così un drink più equilibrato, complesso e sfaccettato. Il successo fu immediato: presto altri iniziarono a ordinarlo chiedendo “il cocktail del conte Negroni”.
Lo storico Luca Picchi, ex barman a Firenze, ne ha ricostruito le origini. Il Negroni si impose definitivamente nel dopoguerra, anche grazie agli americani, che lo apprezzavano molto. George Orwell ne era un grande estimatore. È composto da due pilastri della liquoristica italiana, vermouth e bitter, completati dal gin, simbolo di apertura internazionale.









