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Popcorn Cinema&Food: “Ricette d’amore”, il trionfo dei sentimenti

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La narrazione dei sentimenti passa attraverso il cibo, ancora una volta metafora di come si possa amare gli altri, aprirsi agli altri e persino trovare una nuova dimensione di se stessi. Lo dice pure il titolo della pellicola Ricette d’amore (titolo originario “Bella Martha”), film d’esordio della regista tedesca Sandra Nettelbeck, che nel 2001 porta sul grande schermo una storia delicata, leggera, che unisce con calibrata enfasi, tratti drammatici e sfumature di commedia. A rendere il racconto estremamente piacevole sono i personaggi protagonisti, interpretati da due attori navigati come Sergio Castellitto e Martina Gedeck, che inscenano due stereotipi ben assemblati: il cuoco sempre allegro e canterino, apparentemente superficiale con la sua dirompente italianità, guardata attraverso i cliché di una società costruita e chiusa, un uomo capace di restituire e suscitare sentimenti autentici. Fa da contraltare Martha, la chef inizialmente rigida e atta al comando, un personaggio complesso e affascinante, costruito su mille sfaccettature che lo rendono inaspettatamente di carne e sangue. È lei, nel film, a compiere il viaggio dell’eroe della narrazione per eccellenza, costretta a questa evoluzione con l’arrivo della inaspettata nipotina, Lina. Siamo ad Amburgo, dove Martha è una cuoca professionista in un ristorante raffinato. I suoi piatti sono tecnicamente perfetti e famosi in tutta la città. E questo le vale la stima incondizionata della proprietaria del posto, che asseconda pazientemente lo strano carattere della donna, perfezionista, chiusa, che non accetta critiche e poco disponibile al confronto e alle persone che mettono in discussione la sua arte. L’estrema attenzione al lavoro la sottraggono a qualsiasi rapporto umano, facendola vivere in una quotidianità arida, vuota. Questo, prima che la sua routine venga turbata dall’arrivo della piccola Lina, la figlia di sua sorella, divorziata e morta improvvisamente in un incidente stradale. Costretta ad occuparsi della piccola in attesa di rintraccaiare il padre, Martha vede sconvolta letteralmente la sua vita, soprattutto negli affetti e nei sentimenti. Presto dovrà infatti lasciarsi scalfire dalla dolcezza della bambina, grazie alla quale impara a conoscere una parte inesplorata di sé, fatta di una umanità repressa. Anche la sua vita professionale, con l’arrivo di Lina, viene messa a dura prova. Ed è per questo motivo che la proprietaria del ristorante decide di mettere al fianco di Martha un cuoco italiano, Mario (Sergio Castellitto), estraneo ai dogmi dell’alta e uomo di grande umanità e sensibilità, in grado di conquistare con la sua autenticità chiunque, persino la nipotina di Martha, che predilige di gran lunga la i piatti semplici preparati con amore da Mario alla cucina sofisticata della schiva zia. Martha comincia a comprendere qualcosa di sè, che presto la porta a fare un’inversione rispetto alla vita precedente in cui era stata fin troppo chiusa al mondo e agli affetti. Ma proprio quando sembra che tra lei, Mario e la piccola si sia creato un piacevole equilibrio quasi familiare, ecco di nuovo stravolgersi le cose. Dall’Italia arriva il padre della bimba che riporta con sé la figlia. Il distacco per Martha è così doloroso che la donna abbandona il ristorante. Sarà con l’aiuto di Mario, che Martha deciderà di far visita in Italia alla bambina, scoprendo finalmente una dimensione a lei congeniale, un ambiente accogliente e umano. E sarà qui che Martha riprenderà la sua vita, con l’affetto del suo cuoco italiano e di sua nipote. In una forte caratterizzazione di stereotipi, il film dà al cibo un ruolo di protagonista che, lungi dal dar vita a una competizione culinaria o ad uno scontro tra culture (quella italiana e quelle tedesca), diventa una sorta di deus ex machina in grado di fornire all’algida Martha la possibilità di lasciare aperta la porta dell’anima. La regista mette in scena l’umanità complicata con misurato trasporto, in cui a trionfare e dettare la strada è la semplicità delle cose autentiche e genuine, che danno colore e calore alla quotidianità. Perchè nella vita come in cucina l’essenziale è quello che lascia il segno.

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