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Cin cin, ma senza hangover: il gusto di restare sobri

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A cura di Camilla Mignone

Si esce, si brinda, si chiacchiera. Ma nei bicchieri non c’è più prosecco, né gin tonic. È il tempo dei mocktail, dei kombucha, delle bollicine analcoliche. È cambiato il modo di bere? Forse è cambiato il modo di stare insieme.
Per anni il “bere” è stato sinonimo di socialità. Un rito collettivo, quasi obbligato, per rompere il ghiaccio, rilassarsi, lasciarsi andare. “Ci vediamo per un aperitivo?” e già si immaginava il tintinnio dei calici. Ma qualcosa, silenziosamente, sta creando nuove sinfonie.
Sempre più persone, giovani soprattutto, prendono le distanze da sostanze come l’alcol. E non per punizione, ma per scelta. Non per restare a casa… ma per uscire lo stesso.
La sobrietà come nuova normalità? C’è chi lo fa per salute, chi per attenzione mentale, chi per motivi etici, e chi semplicemente non sente più il bisogno di ubriacarsi per sentirsi parte. Per molti,
il confine tra piacere e malessere si è fatto sottile, e svegliarsi lucidi è diventata la nuova forma di benessere.
Ma divertirsi implica necessariamente perdere il controllo? Che un sabato sera valga meno se lo ricordi tutto? Le domande iniziano a emergere. E le risposte non arrivano più solo dalle correnti
salutiste e da format motivazionali, ma dai banconi dei bar, dai menù dei locali, dai frigoriferi ben forniti di soft drink artigianali.
Mocktail, kombucha e soda design: il bar cambia pelle e oggi l’offerta analcolica non è più relegata al “succhino ACE” o al gingerino vintage. I drink zero alcol sono studiati, miscelati, costruiti con la stessa cura dei cocktail tradizionali, ma con erbe, spezie, infusioni, frutta fermentata e botaniche aromatiche.
I mocktail sono colorati, eleganti, e fanno la loro figura su Instagram (che poi, diciamolo, conta e non poco). La kombucha è diventata pop anche fuori dalle community veg. Le nuove acque
aromatizzate arrivano in bottiglie che sembrano profumi. E persino le bollicine analcoliche hanno smesso di essere tristi. Il bar, dunque, non è più solo il regno dell’alcol: è un laboratorio del gusto, anche per chi non vuole sbandare. Attenzione però, questo non è l’ennesimo revival salutista la sobrietà non è moralismo Nessuna predica, nessun cartello “alcol uguale male”. Anzi. Molti di quelli che scelgono alternative analcoliche non sono astemi: sono semplicemente più selettivi. Bere è diventato un gesto
consapevole, non più una reazione automatica al “devo rilassarmi”.
La socialità senza alcol non è una rinuncia, è un’opzione. È la possibilità di esserci, senza perdere pezzi, la possibilità di divertirsi, senza doverlo dimostrare con sgradevoli conseguenze.
E poi — diciamolo — in tempi in cui un cocktail può costare come una tapas, anche questo dettaglio ha il suo peso. A volte i prezzi tra alcolici e analcolici sono finalmente allineati, segno che
la scelta zero alcol viene trattata con pari dignità. Altre volte, invece, pare quasi di essere puniti per aver scelto sobriamente: rincari sproporzionati, listini che sembrano dire “avresti fatto prima a prendere un Classic Cocktail”.
Il futuro sarà dry o solo più libero? È presto per dire se l’era dei brindisi alcol-free diventerà dominante. Ma una cosa è certa: oggi la sobrietà è uscita dalla nicchia. Non è più strana. Non è più
solitaria. È diventata condivisa, cool, e soprattutto possibile. E se il vero lusso, oggi, fosse proprio uscire senza perdere il controllo? Cin!

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