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Attico sul Mare. Con Mirko Lucidi, il tempo della continuità, il coraggio dell’evoluzione

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Il 2026 si è aperto con un nuovo capitolo per le storie di Attico sul mare, che ha affidato la guida della cucina a Mirko Lucidi, già parte integrante della brigata dal settembre 2025. Un cambio che non segna un prima e un dopo, ma un proseguire: coerente, naturale, necessario. Il ristorante dei fratelli Simone e Sara Marconi, punto di riferimento della ristorazione marchigiana dal 2007 e presente nella Guida Michelin dal 2025, inaugura un nuovo capitolo di cucina affidando la guida a Mirko Lucidi.
Classe 1992, Mirko è arrivato all’Attico lo scorso settembre con un ruolo ben definito: conoscere da vicino la storia, la sensibilità e il gusto che hanno reso il locale così riconoscibile, per poi imprimere la propria visione con coerenza e rispetto. Un inserimento pensato per garantire continuità e allo stesso tempo preparare un’evoluzione attesa. La sua cucina porta in dote una maggiore linearità, pulizia e profondità di gusto, un’energia creativa che non tradisce l’identità di Attico sul Mare ma la amplifica, puntando su tecnica, equilibrio e intensità. Una nuova firma che promette raffinatezza e spettacolo nel piatto, senza perdere ciò che il pubblico ha sempre apprezzato del ristorante.
Accanto a lui, la presenza dello storico sous chef Stefano D’Amato garantisce continuità e coerenza: un dialogo costante tra memoria e futuro, tra gesti consolidati e nuove letture. Il cammino professionale di Mirko Lucidi è costruito su basi solide.

Nove anni al Lanterna Verde di Villa di Chiavenna, tra selvaggina, castagne, funghi, pesci d’acqua dolce e una disciplina rigorosa del lavoro. Poi Il Saraceno di Cavernago, dove affina una visione essenziale del pesce, fondendo tradizione bergamasca e suggestioni amalfitane. Infine, La Vecchia Malcesine, storica stella Michelin sul Lago di Garda, dove gestisce l’intera cucina e la brigata sotto la guida di Leandro Luppi, consolidando competenze organizzative e progettuali. Esperienze diverse, geograficamente e culturalmente lontane, che gli hanno insegnato il valore della precisione, del rispetto delle gerarchie, dell’ascolto profondo della materia prima.

«Non sentirsi mai sazi – racconta – è fondamentale. La costanza e la precisione non ammettono scorciatoie». A 32 anni, la scelta di tornare nelle Marche non è un passo indietro, ma un atto di consapevolezza: «Avevo bisogno di dare un senso personale a tutto ciò che avevo imparato. Tornare a casa significa lavorare su un territorio che conosco davvero, con materie prime che sento mie».

Il nuovo menù, in fase di studio da tempo e in arrivo da metà marzo 2026, sarà il riflesso più autentico di questa visione. Pulizia dei piatti, leggibilità dei sapori, essenzialità del gesto: ogni preparazione dovrà raccontare qualcosa, senza mai essere fine a sé stessa. Il pescato locale rimane il cuore pulsante della proposta, valorizzando anche specie meno nobili e meno conosciute, nel rispetto del mare e dei suoi ritmi. Accanto al pesce, un ruolo centrale è affidato ai vegetali e agli animali da cortile provenienti da Hortus, l’azienda agricola di famiglia, riconosciuta dal Ministero della Cultura come giardino storico di rilevanza nazionale. Essere produttore e cuoco dello stesso ingrediente, per Lucidi, rappresenta il valore più alto: conoscere il ciclo, la stagionalità, il lavoro che precede il piatto. Tra i piatti simbolo di questa nuova fase, il Brodetto: memoria personale e collettiva, tecnica e identità del territorio.
E poi un dessert che sorprende e racconta casa: “arance, finocchi e olive nere”. Non un’insalata, ma un dolce che nasce dai ricordi e li trasforma in esperienza.
Il 2026 segna anche un’importante apertura sul piano dell’accoglienza. L’Attico sul Mare introduce un business lunch a 38 euro, comprensivo di calice di benvenuto, antipasto del giorno, primo o secondo, acqua e caffè. Una formula pensata per avvicinare nuovi ospiti alla cucina del ristorante, senza compromessi sulla qualità. Ogni lunedì sera, inoltre, sarà disponibile il menù Under 30 a prezzo agevolato. Un invito esplicito ai giovani, per restituire valore all’esperienza del mangiare fuori, senza sentirsi fuori luogo. «Vorrei che un ragazzo portasse a casa l’accoglienza, la consapevolezza del lavoro che c’è dietro un piatto, il rispetto per la materia prima», racconta Lucidi.
Diventare chef significa “dettare la strada”, assumersi il peso delle decisioni e della direzione. Per Mirko Lucidi, l’obiettivo è costruire una cucina solida e coerente nel tempo, tanto dal punto di vista umano quanto culinario. E se tra dieci anni qualcuno parlerà della sua cucina, il desiderio è semplice e profondo: che si riconosca un percorso sincero, legato al territorio e che cenare all’Attico sul Mare venga percepito come «un buon investimento del proprio tempo e del proprio denaro».
Tradizione che continua, mani che si rinnovano. All’Attico sul Mare, il futuro non cancella la memoria: la rende più chiara, più essenziale, più vera.

“Mirko, sei arrivato all’Attico sul Mare in punta di piedi e oggi ne diventi la guida: che tipo di responsabilità senti sulle spalle?”
“Sento la responsabilità di dare all’Attico sul Mare il seguito che merita, mantenendone la forte identità e accompagnandolo in un’evoluzione coerente e consapevole.”

“Dopo esperienze importanti in cucine stellate del Nord Italia, cosa ti ha fatto capire che era il momento giusto per tornare nelle Marche?”
“Ad un certo punto del mio percorso ho sentito il bisogno di dare un senso personale a tutto ciò che avevo imparato fino a quel momento. Tornare a casa significa lavorare su un territorio che conosco davvero, con materie prime che sento mie, in un progetto che ha già delle basi solide.”

“In che modo il tuo percorso, dalla selvaggina di montagna al pesce di lago e di mare, ha costruito la tua identità di cuoco?”
“Tramite la precisione, la costanza, il rispetto delle gerarchie e la gestione dei flussi di lavoro nei diversi periodi dell’anno. Le cucine del Nord offrono inoltre maggiore libertà creativa, proprio perché meno vincolate da tradizioni locali. Motivo in più per aver acquisito conoscenze culinarie e tecniche nazionali e internazionali, sia di terra che di acqua, dolce e salata. È qui che valorizzi l’ascolto del prodotto e che capisci, attraverso tecniche e ricerca, quanto sia fondamentale il rispetto della materia prima senza stravolgerla nel piatto.”

“Hai lavorato a lungo come sous chef: cosa cambia davvero, interiormente e professionalmente, quando si diventa chef?”
“Cambia il peso delle decisioni. Se prima c’era un confronto quotidiano con lo chef, ora il confronto sarà un po’ con me stesso (oltre che con il sous chef, si intende). Chef vuol dire dettare la strada, dare una direzione e assumersi le responsabilità anche nei momenti più impegnativi.”

“C’è un gesto, un insegnamento o una disciplina appresa nei tuoi anni “stellati” che senti ancora imprescindibile oggi?”
“Più di uno. Certe esperienze ti lasciano molto, sia a livello comunicativo che nella costanza del lavoro stesso. Non sentirsi mai sazio è fondamentale per i propri obiettivi, per far sì che ogni giorno si mantenga la precisione senza cercare scorciatoie.”

“Quanto conta per te l’equilibrio tra rigore tecnico e istinto personale nel piatto?”
“Il rigore tecnico è fondamentale. Senza di esso l’istinto può essere confuso e discontinuo. Trovare il giusto equilibrio tra questi due aspetti porta a capire fin dove ci si può spingere senza perdere i valori reali.”

“Che ruolo ha avuto il confronto con Simone e Sara Marconi nel definire la direzione futura del ristorante?”
“Impattante. Con Sara e Simone mi sono trovato da subito in sintonia. Non è facile oggi trovare una realtà come questa, dove la cura del dettaglio, il rispetto e la voglia di dare un’identità sempre più chiara, leggibile e costante si respirano nel quotidiano.”

“La presenza di Stefano D’Amato garantisce continuità: come dialogano oggi memoria e innovazione nella vostra cucina?”
“La memoria è un punto di partenza e non un vincolo. Senza tradizione non può esserci innovazione. Alcuni piatti e alcuni gesti resteranno, ma verranno riletti con maggiore essenzialità.”

“Se dovessi raccontare l’Attico sul Mare a chi non lo conosce, quali parole useresti oggi?”
“Precisione ed equilibrio, tra solidità della storia e contemporaneità. Un luogo dove la memoria dei pescatori e i gesti dei contadini si traducono in esperienza culinaria.”

“Parli spesso di “pulizia” e “leggibilità” dei piatti: cosa significa concretamente nel tuo modo di cucinare?”
“Ogni piatto deve esprimere qualcosa e avere un significato, senza essere fine a se stesso. Elementi chiari e delineati, senza confusione. All’arrivo a tavola, la riconoscibilità della materia prima deve essere il punto di forza della mia cucina.”

“Il pescato locale resta centrale.”
“È da sempre la nostra base. Lavoriamo su ciò che i nostri pescatori e il nostro mare offrono, portando in tavola anche pesci locali meno nobili e meno conosciuti.”

“L’azienda agricola di famiglia, Hortus, entra in modo diretto nel menu: che valore ha cucinare ingredienti che conosci fin dall’origine?”
“È sicuramente un elemento che ha inciso molto sulla decisione di tornare a casa. È un valore enorme oltre che un piacere. Conoscere il ciclo di un ingrediente, la stagionalità e il lavoro che c’è dietro, arrivando ad essere sia produttore che consumatore, credo sia la soddisfazione più grande per uno chef.”

“C’è un piatto del nuovo menù che senti particolarmente rappresentativo di questa nuova fase?”
“Sì, il brodetto. È sempre stato il primo piatto che mangiavo quando tornavo a casa. Rappresenta il mio territorio: tecnica, memoria, pulizia e cultura. Ma anche il dessert nato proprio sulle note dei ricordi di casa: ‘arance, finocchi e olive nere’. Non un’insalata, ma un dessert.”

“Il 2026 introduce formule più accessibili come il business lunch e il menu Under 30: perché oggi è importante aprire l’alta cucina a nuovi pubblici?”
“Perché la nuova cucina deve essere accessibile a tutti. Avvicinare nuovi ospiti significa costruire il futuro.”

“Che tipo di esperienza vuoi che un giovane under 30 porti a casa dopo una cena all’Attico?”
“Credo che negli ultimi anni si sia perso un po’ il senso e il valore di andare a cena fuori, soprattutto per i giovani. Vorrei che un ragazzo portasse con sé l’accoglienza, l’importanza della cucina intesa come riconoscibilità e valore della materia prima, capendo il lavoro che c’è dietro a un singolo piatto, senza sentirsi fuori luogo in un contesto non abituale.”

“Guardando al futuro, qual è l’obiettivo più ambizioso che ti sei posto come chef?”
“Costruire una cucina solida e coerente nel tempo, sia dal punto di vista del personale che da quello culinario.”

“Se tra dieci anni qualcuno parlerà della “cucina di Mirko Lucidi”, cosa ti piacerebbe che dicesse?”
“Mi piacerebbe che si notasse il percorso svolto in questi dieci anni, ma ancora di più che fosse riconoscibile la mia identità sincera e legata al territorio. In realtà, se qualcuno mi dicesse che cenare qui è come aver investito bene il proprio tempo e il proprio denaro, sarebbe la soddisfazione più grande.”

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